La villa sul mare

Ventimila battute sotto i mari
La villa sul mare

Erano le nove del mattino di un sabato di ottobre, quando lo scampanellio della sveglia del vicino irruppe nel mio sogno, portandomi quasi allo stato di coscienza. Mi alzai, ed ero in spiaggia a fare a gara col cane a chi arrivava prima all’acqua. Era sempre lo stesso, con qualche variante. In realtà rimasi a lungo con la testa affondata nel cuscino, gli occhi semiaperti, e mi sarei riaddormentato, ne sono certo, se Miou non avesse cominciato a camminarmi sulla schiena, su e giù, con delicatezza ma con metodo, come chi rispetti una tradizione che va onorata. Era il suo modo di dirmi che era giunta l’ora della colazione, la sua e la mia.

Aprii le tende e guardai fuori. La giornata si preannunciava bella, il cielo era terso, di un celeste da cartone animato. Mangiammo i nostri croccantini, lei a secco, io con lo yogurt. Il piano per la giornata era semplice. Avrei messo in macchina un cambio, un paio di libri e un po’ di cibo, e sarei andato al mare. La villa dei miei, come la chiamavo da sempre, anche ora che ne ero l’unico proprietario, distava solo un’ora e mezza in auto, due ore e mezza in pullman. Il mio rifugio mentale, oltre che fisico; un luogo dove mi recavo spesso, durante le pause in ufficio, nel pieno delle riunioni di lavoro, durante gli spostamenti in metro o persino in ascensore.

Sistemai la gatta nel trasportino, scendemmo in garage e partimmo. Non ci andavo da quasi un mese, gli impegni di lavoro mi avevano bruciato più di un fine settimana. Il viaggio fu tranquillo e giungemmo alla villa poco dopo le dodici; lasciai uscire Miou, che sparì subito, infilandosi in un ampio cespuglio, con un miagolio di intesa. Il portico era coperto dalla sabbia, e così il vialetto. Anche le persiane e le pareti esterne ne erano come spruzzate, segno che aveva piovuto e il vento aveva soffiato la sabbia un po’ dappertutto. Mi appoggiai alla macchina a guardarla. Quello che amavo della villa era proprio questo, il suo essere circondata dalla sabbia, come un secchiello da mare poggiato a testa in giù sul bagnasciuga. E già pregustavo la mia attività più rilassante, spazzare portico e vialetto, un lavoro semplice e dignitoso, utile e doveroso, come camminare sulla schiena al mattino.

Mia madre ci teneva molto, che portico e vialetto fossero sempre presentabili, e questo scatenava sempre piccole discussioni con mio padre.

– Ma che senso ha preoccuparsi dell’opinione degli altri? Non abbiamo vicini, siamo gli unici lungo la costa, per decine di chilometri. La casa più vicina è in un altro comune, e non passa mai nessuno, è esattamente il motivo per cui l’abbiamo costruita qui, per essere isolati da tutti!

– Non importa, è una questione di ordine morale. Vialetto e portico sono il nostro biglietto da visita con noi stessi.

A quel punto mio padre alzava le spalle e imbracciava la scopa. Alto e magro, salopette jeans, i lisci capelli bianchi leggermente lunghi, sembrava una scopa lui stesso. Mia madre, capelli bianchi a crocchia, bassina e rotondetta, lo controllava da dietro la finestra della cucina, finché non aveva finito.

Mi ci volle più di mezz’ora, e alla fine mi sentii molto meglio. Scorsi Miou passare veloce, mi sembrò con un piccolo geco in bocca, o forse era solo la coda. Feci un giro intorno alla casa, trovai tutto in ordine. La villa era circondata da un ampio giardino, delimitato da un basso muretto a secco che nel tempo era stato rialzato con due file di tufi. Il muretto esternamente era stato poi intonacato e appariva uniforme, mentre all’interno pietre e tufi erano rimasti com’erano, e svariati animaletti, per lo più rettili e insetti, ci facevano il nido. Il giardino era semplice, cespugli bassi di mortella, rosmarino e timo, e alberi di eucaliptus, alcuni dei quali alti più di venti metri, il tutto in pacifica convivenza. Anche dentro casa era tutto a posto, tranne della sabbia filtrata da sotto la porta e da una finestra dalla chiusura difettosa. Lasciai tutto com’era e uscii a guardare il mare, dall’alto della terrazza naturale che si estendeva sul retro della villa. Per scendere sulla spiaggia c’erano due modi, una scalinata di pietra, ripida e stretta, o un percorso più agevole ma più lungo, che con mio padre avevamo creato quando mia madre aveva cominciato ad avere problemi a camminare.

Dalla terrazza potevo osservare la baia da un’estremità all’altra. Il colore dell’acqua era azzurro chiaro, tranne in alcuni punti dove tendeva al blu, per le alghe che sciabordavano sul fondale. All’orizzonte, dove le rifrazioni del sole scompaginavano la realtà, credetti di scorgere un veliero tra le nuvole basse. Strizzai gli occhi, e nel dubbio, decisi che era così. Poi appoggiai le mani sul muretto e guardai in basso. Mia madre camminava lungo la riva raccogliendo conchiglie, accompagnata da Buffy. Mio padre era seduto sulla sedia a sdraio, leggeva un libro. Rimasi in silenzio a guardarli, tre piccole figure bianche, quasi dei granelli di sabbia anche loro, poi Buffy percepì il mio odore, guardò in su e cominciò a abbaiare. Allora mia madre si protesse lo sguardo dal sole, mi vide e chiamò mio padre, che si alzò in piedi, si avvicinò di qualche metro e mi salutò, sventolando un braccio. Buffy scodinzolava e correva in cerchio. Alzai una mano anch’io e sorrisi a entrambi.

Una scena che conoscevo fin troppo bene. Mi soffermai a guardare ancora un po’, poi rientrai in casa. Mi tolsi le scarpe, mi versai un bicchiere di vino rosso e mi sdraiai sul divano. Tirai a me lo zainetto e presi il mio libro. Era ora di pranzo ma avevo fatto colazione tardi e non avevo fame.  Lessi una decina di pagine con un senso di provvisorietà, come se non ne avessi diritto. Allora cambiai l’acqua a Miou e colmai la ciotola del cibo di croccantini. La gatta non si vide, ma funzionò. Da quel momento la lettura mi avvolse come un plaid caldo e il mondo intorno scomparve. Nel silenzio rarefatto della casa vuota, filtrava solo il suono vicino del vento fra le foglie di eucaliptus e quello lontano delle onde che rimescolavano la sabbia.

Dopo un paio d’ore, un debole colpo di clacson, quasi accennato. Guardai l’orologio e sentii il cuore scaldarsi, come se un piccolo phon interno si fosse acceso. Marthine era in anticipo, di almeno un’ora. Mi infilai le scarpe e le andai incontro, ma non la trovai in giardino. Aveva parcheggiato fuori, sulla strada. Raggiunsi la sua Citroën, due grosse buste della spesa erano poggiate a terra, accanto alla portiera di destra. La scorsi, infine, dietro una piccola duna, qualche decina di metri più in là, in piedi, di profilo, osservava il mare. Era un mese che non la vedevo, mi sembrò più alta e magra del solito. Stretta nel suo trench verde, gli occhiali neri e i capelli castani lunghi scomposti dal vento. Si voltò verso di me e il suo sorriso mi fece l’effetto di un tappeto rosso che si srotolava ai miei piedi, anticipando ogni mio passo. L’abbracciai e divenimmo una cosa sola, un essere nuovo, quattro gambe, quattro braccia ma un solo cuore e un unico cervello. Potevo sentire le sinapsi armonizzarsi e resettare tutto, quelle quattro settimane, i problemi al lavoro, i sogni ricorrenti, le paure, le incertezze, i desideri, la noia, non esisteva più nulla, esisteva tutto. Poi, raccogliemmo le borse e ci incamminammo verso la villa. Giunti in vista della terrazza rallentò il passo.

– Li hai visti ancora?

– Sì – risposi – sono sempre lì… vuoi vederli?

Marthine si fermò, si aggiustò gli occhiali e disegnò con un piede un semicerchio nella sabbia.

– Certo, perché no?

Raggiungemmo il muretto e guardammo in basso. Buffy tormentava un lungo bastone. Mio padre aveva ripreso a leggere, mia madre gli era seduta accanto e disponeva in fila le conchiglie raccolte, suddividendole per tipo e dimensioni. Si voltarono nello stesso istante, guardarono in alto e la salutarono, sorridendo. Lei, incerta, rispose al saluto, muovendo la mano sinistra.

Il sole era una palla rossa che sfrigolava nel mare, divenuto calmo e trasparente. Una famiglia di gabbiani curiosava sul bagnasciuga, osservata con interesse da Buffy. Altri uccelli più piccoli attraversarono in volo la baia, in silenzio. Marthine mi guardò.

– Sì, sono sempre lì – risposi.

– Sempre… vuoi dire che non sono…

– No, mai, non salgono mai quassù. Stanno bene sulla spiaggia. Marthine guardò in terra, con una punta di imbarazzo.

– Pensi che, insomma, se ne andranno, un giorno?

– Questo non lo so. Certo, hanno tutto il tempo del mondo.

La presi per mano ed entrammo in casa, la gatta ci aspettava, strusciandosi sullo stipite della porta.

Marco Tosi

Grande come una cittàhttps://grandecomeunacitta.org
Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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