La Chiesa Scientifica dell’Antitesi

Ventimila battute sotto i mari
 
La Chiesa Scientifica dell’Antitesi

Non esiste una realtà fuori dal linguaggio. Non esiste un linguaggio fuori dalla realtà.
(da un volantino diffuso dalla C.S.A.)

All’incirca nel 1997 uno strano bagliore cutaneo cominciò a diffondersi improvvisamente in tutti quelli che passavano attraverso la porta della cucina del mio appartamento. Proprio nel tratto più buio del corridoio, venendo dalla cucina, la pelle di chi passava cominciava ad apparire più chiara e quasi splendente. Le persone assumevano un aspetto impressionante e spettrale. A volte apparivano persino ridicole, per via delle facce colorate, stupite e fosforescenti. Irene, in particolare, si accendeva tutta in quell’angolo della casa; quando usciva dalla cucina la sua pelle sembrava emanare un bagliore rossastro; poi, lungo il corridoio, la sua luminescenza assumeva varie sfumature di toni diversi che formavano aloni intorno alla sua figura e si proiettavano – come quadri di Delaunay – sulle pareti, allora rivestite di una vecchia carta da parati chiara, appena ingiallita, con microscopici fiorellini. 

All’epoca non ci avevo badato granchè. Ero molto impegnato in un lavoro teorico che consisteva nell’elaborazione delle regole di quella che chiamavamo “l’arte della creazione dei partiti”. La creazione dei partiti era una forma di agitazione indotta con scopi artistici e filosofici, che stavamo mettendo a punto con un gruppo di artisti complottisti. In generale, si trattava di organizzare delle attività di gruppo, che noi chiamavamo ‘contesti linguistici’, con lo scopo, da una parte di realizzare progetti artistici, dall’altra di individuare delle contrapposizioni, che dovevano fornire le basi per la formazione di partiti tra loro opposti. Era una nobile occupazione, così almeno mi sembrava allora, quella specie di elucubrazione sofistica, mentre lo strano fenomeno luminoso del mio appartamento mi lasciava assolutamente indifferente.

Un giorno venne a trovarci un certo signor Maltorno, che era interessato alla ricerca del gruppo da un punto di vista politico. Egli aveva all’epoca una cospicua barba, che mentre attraversava il corridoio, si accese pelo per pelo, come un albero di natale. A guardarla da vicino sembrava composta di milioni di filamenti luminescenti. Maltorno stesso rimase così impressionato da quello strano e inspiegabile fenomeno luminoso, che non riuscì più a concentrarsi sulle nostre attività. Quel giorno si discuteva su come organizzare e dare risonanza a un ciclo di conferenze dal titolo “Arte e partecipazione”, che prevedeva dei buttafuori all’entrata per selezionare il pubblico, con lo scopo di lasciar accedere a ogni incontro al massimo tre o quattro persone scelte a caso.

Maltorno era un tipo cupo, allampanato; più grande di noi di qualche anno, aveva un atteggiamento da professore e un’aria da studente rivoluzionario d’altri tempi, il cappotto logoro, la lunga sciarpa grigia. Sotto i capelli, neri e arruffati, uno sguardo distante, di occhi chiari, azzurri o verdi. Ricordo il suo imbarazzo e la sua irritazione, e anche come eravamo tutti infastiditi dalle incontrollabili iridescenze della sua barba, che a tratti tornava a infiammarsi qua e là, anche lontano dal corridoio. La riunione quella volta durò poco e tutti si dileguarono un po’ seccati, ognuno con le sue obiezioni. 

La scalcinata sala interna di un bar storico, nei pressi dell’Università, fu adottata come sede per alcune riunioni successive. Aveva, tra l’altro, il vantaggio di non produrre strane luci nei componenti del gruppo, oltre a disporre di una limitata selezione di bevande alcoliche, a portata di mano e delle nostre tasche. Inoltre la coppia di anziani signori che gestiva il locale non faceva troppo caso alla durata dei nostri incontri, né al discreto baccano che ne derivava. 

Equivoco e conflitto: questo era il modus operandi della Chiesa Scientifica dell’Antitesi, come avevamo chiamato la nostra setta. Dopo alcune incursioni nel mondo dell’arte, avendo determinato che tutta l’arte non è che mistificazione, avevamo costituito il nostro gruppo di ricerca con l’intento di rivelare contraddizioni determinate, in altri e diversi campi. Mentre il gioco dei movimenti artistici e la lotta dei partiti erano a volte anche divertenti, la ricerca di precise ‘contraddizioni contestuali’ era uno studio più serio, in parte erede dell’approccio artistico concettuale, analitico. A furia di discussioni però avevamo stabilito un’apertura sempre più radicale e ambiziosa per quanto riguardava l’applicazione: il campo non doveva essere circoscritto alla sfera dell’arte. Al contrario, ogni ambito di studi, ogni contesto sociale, ogni forma di comunicazione poteva e doveva diventare oggetto di analisi, di intervento e insieme di elaborazione artistica. 

Come dire tutto e il contrario di tutto. Tutto senz’altro (o anche nulla), ma non inspiegabili fenomeni luminosi di oscuri appartamenti periferici. Anzi, manifestazioni ottiche come quella erano del tutto malviste. 

Con l’apertura a nuovi contesti anche Irene prese a interessarsi e a partecipare alle discussioni. Forse per i suoi precedenti universitari alla Facoltà di Scienze Politiche, si animava quando si affrontavano tematiche sociali e politiche. Ma, soprattutto, o almeno così pareva a me, si accendeva nei dibattiti con Maltorno. Anzi, avevo proprio l’impressione che, persino a chilometri di distanza dal corridoio, tutti e due diventassero più luminosi quando si trovavano vicini. Cominciai a considerare i loro rossori e le loro luminescenze con sospetto crescente. Equivoco e conflitto ora non solo dominavano i nostri incontri di gruppo, ma anche la mia relazione di coppia. 

Dopo aver individuato alcune tematiche sensibili, facemmo stampare una serie di manifesti. Sempre in base alla nostra strategia, avevamo deciso di allargare la discussione e coinvolgere nuovi partecipanti, indicendo, per i diversi ‘gruppi d’interesse’, un’unica assemblea pubblica. Organizzati in piccoli drappelli, ci mobilitammo in azioni notturne di affissioni mirate. 

Così, una notte verso la metà di aprile, io e altri quattro o cinque raggiungemmo i dintorni dell’Università, e iniziammo ad affiggere contemporaneamente manifesti del Partito Attivista per la mobilitazione contro i malefici Riduzionisti, e manifesti del Partito Riduzionista, a favore della resistenza contro la violenza attivista.

Irene, che faceva il palo, a un certo punto corse ad avvisarci di un’auto della polizia in arrivo. Ci eclissammo in una stradina buia, ma la barba di Maltorno, forse per l’improvvisa vicinanza con Irene, cominciò a brillare di luce propria. Pur sentendo di essere allo scoperto, nessuno di noi in quel nascondiglio riusciva a trattenersi dal ridacchiare. Irene arrossì forte e poco dopo prese a proiettare intorno colori e luci, come una lampada da discoteca.

Una voce dalla strada principale ci apostrofò e noi scattammo tutti nella direzione opposta. Mentre correvo verso San Lorenzo, notai quelle due figure luminose che si allontanavano nell’altra direzione, insieme, nel buio, verso la Stazione.

L’assemblea fu un discreto successo. Finì in rissa, come previsto, e sollevò lo scalpore misterioso che era il nostro obiettivo. Intanto, dato che per un po’ aveva ancora continuato a sbrilluccicare, Maltorno si liberò della barba. Anche negli altri circoli politici radicali che frequentava la cosa non andava granché a genio. Certo, senza la barba, la sua dialettica sembrava indebolita. Anche Irene smise allora di frequentarlo.

Nel gruppo intanto le attività polemiche andavano sempre più a gonfie vele, ma la gestione di conflitti, esterni e interni, richiedeva energie sempre maggiori. Durante le riunioni, i nostri partiti, formandosi e dissolvendosi anche più volte nel corso di una stessa serata, si dimostravano sempre più radicali ed estremisti. Inoltre, poiché la fosforescenza del mio corridoio non accennava a diminuire, i nostri incontri si diradarono, non solo in quell’appartamento, ma anche altrove. Quella luce improbabile e forse tossica, rappresentava una provocazione troppo vistosa per un collettivo di artisti concettuali del complotto occulto. Non molto tempo dopo decisi di lasciare l’appartamento, trasferendomi in un’altra zona, altrettanto periferica, ma abbastanza distante dai partiti e poco frequentata anche da Irene. 

A volte, ripensando a quel periodo, ho l’impressione, un’impressione anche parecchio vivida, che la cosa più interessante tra le tante prodotte allora fosse quella su cui ci eravamo concentrati di meno, la barba luminescente del signor Maltorno.

Grande come una cittàhttps://grandecomeunacitta.org
Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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