È tempo di fantascienza

Il nostro Tempo

Tutti gli anni, per trentuno giorni, miliardi di messaggi, mail, documenti, calendari, segnano il mese di Luglio. Probabilmente, la quasi totalità degli umani ignora o ha dimenticato che il nome deriva da Iulius, cioè Gaius Iulius Caesar, il Conquistatore delle Gallie, il primo a essere ricordato nella storica ricostruzione cronologica del popolare De vita Caesarum (Vite dei Cesari) di Svetonio. Fu, infatti, il futuro e sventurato protagonista dell’omonima tragedia di Shakespeare a promulgare il “calendario giuliano” nel 46 p.e.v. tuttora in uso con il mese della sua nascita che ne porta il nome. L’Ordine del Tempo nel mondo antico era appannaggio delle divinità e con questa consapevolezza Cesare, secondo Plinio il Vecchio (Naturalis historia), chiede l’intervento dell’astronomo greco Sosigene di Alessandria per approntare una revisione:

“Vi erano però tre divisioni, la Caldea, l’Egizia, la Greca. A queste ne aggiunse una quarta tra di noi Cesare dittatore, che regolò i singoli anni sul corso del Sole avvalendosi di Sosigene che era specializzato in questa scienza; e quella stessa regola fu in seguito corretta avendovi scoperto un errore, sospendendo l’intercalazione per dodici anni di fila, poiché l’anno stava cominciando a ritardare rispetto alle stelle, che prima precedeva”.

(Plin. Nat. Hist.; XVIII – 211)

Dobbiamo allo scienziato ellenistico l’introduzione dell’anno bisestile, poiché la sua suddivisione contempla 365 giorni e un quarto. È dunque necessario recuperare un giorno ogni quattro anni. Sosigene corregge l’errore dei colleghi egiziani che avevano calcolato tre anni invece di quattro. Tuttavia, un altro errore si andò accumulando anche nel calendario giuliano, finché non si rese necessario un drastico intervento correttivo, ancora una volta come solo un vicario di Dio era in grado di fare.

Nel 1582, gli ignari abitanti dell’Orbe cristiano compiono un vero viaggio nel tempo, passando dalla notte del 5 ottobre direttamente all’alba del 14. Con la bolla Inter gravissimas, Ugo Boncompagni, in arte Gregorio XIII, poco prima di autorizzare la condanna a morte a Tor di Nona mediante decapitazione dell’eretico Giacomo Paleologo (1520-1585), cancella dieci giorni per ammortizzare il ritardo dell’equinozio che aveva causato uno slittamento della domenica di Pasqua, generando così un problema alle date delle ricorrenze cattoliche successive.

Alla Commissione di Riforma voluta dal Vaticano, parteciparono: il medico calabrese Luigi Lilio, l’astronomo siciliano Giuseppe Scala e il matematico perugino Ignazio Danti. A presiedere il gruppo per conto del papa era stato incaricato il gesuita tedesco Christophorus Clavius (Christoph Klau), insigne astronomo del Collegio Romano, benché convinto tolemaico e perciò fiero oppositore dell’eliocentrismo copernicano (congettura già elaborata dagli scienziati greci, almeno fin dal IV sec. p.e.v.). Da questo studioso prende il nome uno dei più grandi crateri da impatto della Luna, con una vasta area pianeggiante, dove sorge la base scientifica immaginata nel film 2001: A Space Odyssey (2001 Odissea nello spazio, 1968).

La sistemazione della nostra cultura nell’era cristiana si deve invece a Dionigi il Piccolo (Dionysius Exiguus), un monaco proveniente da una zona imprecisata compresa tra le attuali Romania e Bulgaria, che all’inizio del VI secolo introdusse il calcolo del Tempo a partire dalla nascita di Gesù il 25 dicembre (“ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi”), ricavata secondo il suo studio delle “fonti” per superare lo scandaloso computo in uso fino a quel momento dell’era di Diocleziano, “l’empio persecutore dei Cristiani”. Anche Dionigi, quasi mille anni prima di Clavius, era stato incaricato da Roma di risolvere le dispute tra Oriente e Occidente sul calcolo della Pasqua, basato sul ciclo lunare e perciò in contrasto con il periodo del calendario giuliano, poiché quello è più breve di 11 giorni rispetto all’anno solare. Questa scansione cristiana entrerà in vigore ovunque solo alcuni secoli più tardi grazie al venerabile Beda, che l’adottò nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum del 731, “best seller” in tutto l’Occidente.

In un saggio divenuto classico della letteratura sul Medio Evo, Jaques Le Goff segnalava:

“Come il contadino, [il mercante] è in un primo tempo soggetto nella sua attività professionale al tempo meteorologico, al ciclo delle stagioni, alla imprevedibilità delle intemperie e dei cataclismi naturali. Per molto tempo non c’è stato, in questo campo, che necessità di sottomissione all’ordine della natura di Dio, e come mezzo d’azione la preghiera e le pratiche superstiziose. Ma quando una rete commerciale si organizza, il tempo diventa oggetto di misura. La durata di un viaggio per mare o per terra da un luogo a un altro, il problema dei prezzi che, nel corso di una stessa operazione commerciale, tanto più se il circuito si complica, salgono o scendono, facendo aumentare o diminuire i guadagni, la durata del lavoro artigianale e operaio, per questo mercante che è quasi sempre anche un datore di lavoro, tutto ciò s’impone sempre più alla sua attenzione, diviene oggetto di regolamentazione sempre più precisa”.

(J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977)

Perciò, al tempo cadenzato dai rintocchi delle campane che segnano la giornata secondo la dimensione del sacro, dall’altro lato della piazza, nei borghi europei le ore profane sono scandite dall’orologio della torre civica. C’è una sola lancetta e la meccanica del XIV secolo garantisce una precisione relativa, il ritardo giornaliero varia dal quarto d’ora ai sessanta minuti, corretto ogni sera da un addetto specializzato che ciascuna comunità paga per questo inedito lavoro. Presto, agli orologi sono associati movimenti complessi relativi alle misurazioni astronomiche e soprattutto erompe la moda degli automi.

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Collegate all’attività cronografica, animali e figure umane, talvolta grottesche o fiabesche, entrano ed escono da fenditure nelle costruzioni attraverso una ruota dentata. Molto spesso gli automi sono riproduzioni dei musici medievali con i loro tipici strumenti e dalle torri durante precisi intervalli, si diffondono le melodie generate da enormi carillon.

Questo Tempo giudaico-cristiano fissato dalla ridefinizione di Dionigi il piccolo, si contrappone a quello del mondo antico perché spezza la ruota della ciclicità (“eterno ritorno”) distendendola sulla linea della Rivelazione, prima mosaica e poi gesuana, la quale fissandosi in un punto etnocentrico stabilisce un inizio (creazione) e una fine (apocalisse). Tale concezione monoteista risucchia il Tempo polifonico dei greci, definito dalle antiche personificazioni che si esprimevano attraverso i tre termini: chronos (Χρόνος) o la successione degli istanti, dunque il tempo come sequenza misurabile e dimensione quantitativa; aiòn (αἰών), il tempo infinito e del destino, in cui è compresa la “durata di una vita umana”; e infine kairòs (καιρός) cioè un tempo dell’istante presente, il “momento giusto”, l’attimo da cogliere assai noto per il ricordo comune a molti dell’esortazione oraziana “Carpe diem”, rivolta dal prof. John Keating (Robin Williams) ai suoi studenti nel film Dead Poets Society (1989).

È in questo Tempo lineare che prende forma la scienza moderna, fondata su quella necessità mercantile – riconosciuta da Le Goff – che mira a ottenere risposte tecnologiche sempre più precise e raffinate per il calcolo e la misurazione del tempo nel mondo globale, emerso con l’apertura delle rotte navali transoceaniche nel XVI secolo. E in questo quadro prende il via la Rivoluzione Scientifica di Galileo Galilei, il quale sostiene l’eliocentrismo copernicano attraverso l’osservazione del cielo per mezzo del telescopio, un oggetto sconosciuto settant’anni prima quando fu formulata la teoria dall’astronomo polacco nel testo postumo De revolutionibus orbium coelestium (1543). Il neonato prodigio della tecnica avvicina Giove ingrandendolo di ventuno volte e permette così allo scienziato pisano di scoprire i primi quattro corpi celesti (Io, Europa, Ganimede e Callisto) tra la fine del 1609 e l’inizio del 1610. Osservare i satelliti medicei ruotare intorno a Giove, poneva un problema logico rispetto alla cosmogonia mitica della centralità della Terra. Dare una risposta sottratta alle Scritture e alla teologia, richiedeva un Metodo e in una celebre lettera a Cristina di Lorena, Galilei spiegava così:

“Stante, dunque, ciò, mi par che nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima essecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al nudo significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile ed immutabile, e mai non trascendente i termini delle leggi impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini; pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone dinanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio”.

(Lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana in: Galileo Galilei, Opere, a cura di A. Favaro, Giunti-Barbera, Firenze 1968, vol. V)

Sono dunque le “sensate esperienze” e le “dimostrazioni necessarie” i fondamenti su cui appoggia il metodo galileiano, ovvero i procedimenti osservativi e induttivi, insieme al momento ipotetico deduttivo, che permettono la classificazione dei risultati sperimentali in un contesto teorico. La “misura” (dello “spazio” e del “tempo”) diventa il dispositivo necessario per analizzare la realtà, lo strumento tramite il quale è possibile conoscere e comprendere il Cosmo e la Natura, trascritti in lingua matematica così come sostiene anche il contemporaneo Descartes (Cartesio). L’orologio della torre, presagio medievale dell’avvento della Modernità, con la rivoluzione scientifica diventa allora l’Universo stesso: un metaforico Orologio creato da Dio. Si deve ricordare che quantunque l’uno fu processato per eresia, l’altro messo all’Indice nel 1663, Galilei e Cartesio non vanno considerati atei; il problema si dava nel loro dio in costante e inesorabile allontanamento dal Mondo, un dio deantropomorfizzato al quale la spallata definitiva (panteismo) darà Spinoza poco dopo, con l’affermazione Deus sive Natura (Dio, ovvero la Natura) contenuta nell’Ethica, l’opera centrale del suo pensiero pubblicata postuma nel 1677.

“Baruch Spinoza […] professa apertamente l’ateismo e lo insegna. Nega categoricamente l’esistenza e persino la provvidenza di Dio, e le irride. Con la parola di Dio intende solo la natura, o questo universo. Non riconosce gli angeli, non il diavolo, non il cielo, non l’inferno. Non crede che vi sarà alcun premio o punizione, e che certamente ogni cosa abbia fine con questa vita presente, né ritiene che dopo questa esista qualcosa, che sia capace del bene o del male, della gioia o del dolore. Con pari empietà nega la resurrezione e l’ascensione di Cristo […] Afferma […] che la fede non necessariamente ricerchi veri dogmi, ma che si possa ragionevolmente prefiggere di dover credere anche a tutti quelli falsissimi; che ciascuno possa – anzi debba –, conformemente alle sue capacità, abilità mentali e opinioni, comprendere e interpretare la dottrina della fede, al punto che a ognuno sia lecito credere qualunque cosa gli piaccia di più.”

(Giudizio cattolico su Spinoza espresso dall’ecclesiastico Giovanni C. Battelli, 1658-1735)

Intanto, anche nella comunità dei letterati e degli artisti il clima si arroventa.

Il fortunato saggio di Umberto Eco Apocalittici e integrati (1964), deve il titolo – che Eco riterrà in seguito fuorviante – alla volontà di Valentino Bompiani, il quale aveva in mente un richiamo culturale alla disputa esplosa in Francia alla fine del XVII secolo, conosciuta come Querelle des Anciens et des Modernes.

I due fronti polemizzavano sul valore della tradizione estetica greco-romana, ritenuta dagli antichisti insuperabile; mentre i modernisti ne dichiaravano la storicità, rivendicando la necessità di un adeguamento della letteratura e dell’arte ai nuovi valori del presente. Sullo sfondo di questa controversia aleggia la crisi profonda in cui versano la metafisica e il neoplatonismo, aggrediti da una realtà fattuale materialista, assetata di tecnologia e conoscenza scientifica. Non deve sorprendere che la figura di spicco dei modernisti sia Charles Perrault, lo scrittore noto ai più per “Cappuccetto Rosso” e le altre storie contenute nella raccolta Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités (1667), da noi tradotto seguendo l’omonimo titolo francese della prima edizione del ’65, I racconti di Mamma Oca.

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Mescolando narrazioni folcloriche (orali e scritte) con sue idee originali, Perrault modernizza in uno stile ironico per un pubblico adulto e raffinato – dacché all’epoca non esisteva la letteratura per l’infanzia –, un immaginario popolare che spalanca la porta del “fantastico” alla corte di Luigi XIV. Seppure inevitabilmente ancora sottomessa alla morale cristiana, depurata dai contenuti agiografici, l’opera di Perrault si può considerare il luogo del concepimento della moderna letteratura di genere. In virtù del ruolo dell’Autore nella disputa, egli da “modernista” manipola l’orrore racchiuso nel folclore – non senza provocanti suggestioni sessuali – realizzando un prodotto “su misura” del pubblico contemporaneo.

Frattanto, la Modernità stessa – alla conquista dell’autonomia culturale – procede verso la fase seguente denominata Siècle des Lumières e in Germania Aufklärung (delucidazione, chiarimento). Dopo la caduta di molte teste, compresa quella del nipote di Luigi XIV, il fervore rivoluzionario approderà coerentemente alla riscrittura del Tempo. Il calendario repubblicano stabilirà il capodanno dell’anno I al 22 settembre 1792, giorno di proclamazione della Repubblica e resterà in vigore fino al 31 dicembre 1805, per poi essere riadottato, anche se solo diciotto giorni, dalla Comune di Parigi del 1871.

In questo vertiginoso scenario, il 30 agosto 1797 a Londra nasce una bambina: Mary Shelley. Sua madre, la filosofa Mary Wollstonecraft pioniera del femminismo, muore trentottenne di setticemia pochi giorni dopo il parto, sicché la bimba crescerà con il padre, il filosofo precursore dell’anarco-comunismo William Godwin. Prima di incontrare l’opera di Mary, è necessario uno sguardo al “futuro”.

Il nostro Futuro

La coppia di scoiattoli Cip & Ciop, che tormenta spesso Paperino in divertenti cortometraggi d’animazione, vive in un tronco d’albero circondata da noci e ghiande. Mettere da parte il cibo per l’inverno, indica una certa visione del “domani” anche nel mondo animale, tuttavia per gli Homo sapiens il concetto di “domani” è espressione di un encefalo assai più complesso, che evolutivamente distacca assai quello degli altri Primati e dei mammiferi in generale, compresi i pur furbissimi Cip & Ciop. Per immaginare tale distacco, possiamo paragonarlo al risultato di una gara sui 100mt tra Jesse Owens e Aldo Fabrizi.
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Nel lungo processo di ominazione, cioè l’evoluzione che condurrà alla nostra specie, si è fatta strada, forse già nella mente dei Neanderthal, l’idea di aldilà. Abbiamo potuto vedere recentemente, in foto e documentari, gruppi di elefanti sostare a lungo, in una sorta di cerchio, vicino a un loro simile morto; allo stesso modo, con maggiore empatia antropomorfa da parte nostra, scene simili hanno mostrato il dolore di gorilla, oranghi e scimpanzé per la perdita di un cucciolo, che coinvolge tutto il gruppo anche per due o tre giorni. Tuttavia, credere a un sentimento simile a quello umano è un errore “disneyano”, più rigorosamente si tratta di un bias cognitivo. Infatti, sono la sepoltura e i riti a essa connessi, a mancare nel cordoglio animale, in una parola il “culto dei morti” e dunque l’esperienza del Tempo che si apre all’immaginazione di un altrove. Si tratta di un “domani” derivato dall’evoluzione del cervello, capace di prefigurare già con la realizzazione di utensili nell’Homo habilis, la necessità futura di un oggetto complesso come le pietre lavorate (chopper) nella cultura Olduvaiana, fino alla rivoluzione dei manufatti litici “bifacciali” del periodo successivo, quello Acheuleano dell’Homo erectus e poi – protraendosi da un milione e mezzo a centomila anni fa – dei Neanderthal, dei Sapiens e di altri nostri meno noti progenitori. In mezzo, si colloca la rivoluzione del fuoco.

La disputa scientifica sulla retrodatazione della domesticazione del fuoco è in corso, semplicemente perché le scoperte paleoantropologiche che provengono dagli scavi sono continue. Un milione di anni fa, e probabilmente anche molto prima, si possono immaginare i primi tentativi di avvicinamento alla spaventosa potenza delle fiamme da parte di coraggiosi Hominini antesignani di Prometeo. Scoprire il gusto dei resti di una carogna arrosto dopo un incendio nella savana del Paleolitico, ha spinto i nostri lontani antenati a immaginare la possibilità di ottenere carne cotta meno casualmente. La svolta, di cui non conosceremo mai “la data”, è quando il primo tizzone ardente è recuperato e messo da parte per essere usato in un rogo futuro, innescato da un intraprendente gruppetto di Erectus. È un comportamento culturale che si basa sullo schema individuato dall’antropologia: appreso, condiviso e trasmesso. Nutrirsi di carne cotta per centinaia di migliaia di anni, ha innescato un processo di liberazione dell’intestino dalla fatica e l’energia risparmiata è andata a sostenere il metabolismo del cervello, in un circolo virtuoso che, dopo l’avvento del bipedismo – primo motore dell’esplosione neurale, ha condotto alla complessità della neocorteccia, responsabile delle funzioni cognitive superiori.

Con il fuoco controllato (almeno da mezzo milione di anni) si può vivere in ambienti freddi, si fanno segnali di fumo, si cucina alla brace e al forno, si illumina la notte. Attorno a un fuoco si raffina il linguaggio, si raccontano storie e verosimilmente i Sapiens lo praticano da 150mila anni.

Se i Neanderthal fossero in grado di articolare un linguaggio simile al nostro è oggetto di controversia, certo è che noi, così come siamo oggi, entriamo in scena tra 100 e 70mila anni fa. È l’uomo moderno. Abbiamo imparato a commerciare su lunghe distanze, inventato “gioielli” ornamentali, cucito abiti di pelle e pelliccia, perfezionato lance e fionde per la caccia, costruito ripari stagionali in legno e pietra, ideato necropoli per il culto dei morti. I rituali funebri e nuovi riti sociali, collegati a racconti sulla natura, diventano più complessi e poi – tra 40 e 30mila anni fa – l’umanità del Paleolitico superiore si autorappresenta, crea immagini di sé e del suo mondo che “vivono” al di fuori di sé e oltre sé, scrivendo la pagina uno del libro dell’Estetica. Quelle immagini sono giunte fortunosamente fino a noi, ma l’intenzione di lasciare una traccia nel Futuro fu un atto razionale dei Sapiens che vissero nelle zone intorno alle grotte di El Castillo, Chauvet, Lascaux e Altamira.
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Abbiamo scoperto impronte di mani, sia in positivo sia in negativo (come gli stencil di Bansky), che documentano il rapporto immaginario tra gli autori, gli antenati e i discendenti. C’è anche la mano di un bambino di circa 8 anni, condotto nella grotta da un adulto a “conoscere” i propri avi e un giorno, tornandovi da grande a riconoscere il se stesso bambino, come una proto-fotografia. Nei successivi ventimila anni, il Neolitico vedrà apparire l’agricoltura, i templi e le città fortificate, protette da guerrieri armati dell’ultimo ritrovato della tecnica: l’arco e le frecce. Chi vive sulle coste del Mediterraneo, nei pressi di grandi laghi e larghi fiumi, utilizza piroghe per navigare. Infine, oltre cinquemila anni fa, i Sumeri adottano una scrittura e da questo momento in poi la Storia ci parla, l’interfaccia di pietra è il primo supporto con una “memoria”, dal quale ancora oggi possiamo conoscere il Sapere del mondo antico. E non solo.

Racconti di viaggi fantastici, incursioni nell’aldilà, incontri con creature immaginarie, perfino spostamenti nel Tempo, affollano la letteratura di culture e popoli i più diversi. Per la “fantascienza” (science fiction) e la moderna idea di Futuro, occorrono però determinate condizioni e si possono scorgere per la prima volta nella storia umana solo nell’Europa del XVIII secolo.

Tempo e Futuro tra scienza e fantasia

Dato alle stampe nel 1818, Frankenstein (Frankenstein; or, the Modern Prometheus) fu scritto da Mary Shelley a 19 anni, poi lei stessa ne pubblicherà una versione riveduta nel 1931 che risente della morte di Percy Bysshe Shelley, l’amato marito annegato trentenne in un naufragio a largo di Viareggio nel 1822.

Molto s’è oziosamente discusso intorno alla domanda se il romanzo sia ascrivibile o meno al genere “fantascienza”, la risposta è ovviamente sì: Frankenstein è anzi il primo romanzo fantascientifico perché il centro della vicenda scaturisce dall’unione dell’immaginazione con le conoscenze della scienza moderna.

In modo superficiale, tutti sanno che tra i fulmini e le divinità c’è un rapporto antichissimo, tanto da far ammettere agli storici un loro ruolo centrale – insieme al Sole e la Luna – nella costruzione dell’immaginario religioso. Il fulmine è la più potente manifestazione della collera divina, Zeus per i greci, Tinia per gli etruschi e Iuppiter per i romani, ha il corrispondente nel Teshup degli Ittiti, nel germanico Thor, nel Perun slavo, nel babilonese e assiro Hadad, fino al Baal semitico nord-occidentale che si dissolverà nel dio ebraico e poi cristiano. Quando gli studi scientifici sull’elettricità cominciano lentamente ma inesorabilmente a spiegare determinati fenomeni, fino all’introduzione del “parafulmine” a metà del XVIII sec., il collasso dei miti diventa inevitabile. L’ira di dio si può eludere: alberi, capanni, stalle, case, persone, possono facilmente “ripararsi” dai fulmini che non fanno più paura; mentre, tra Pavia e Bologna, le osservazioni del fisico Volta e del medico Galvani conducono a scoperte e invenzioni straordinarie.
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Ancora oggi nel linguaggio comune capita di usare il verbo “galvanizzare”, è la prova di quanto gli esperimenti dell’anatomista bolognese abbiano avuto eco perfino nell’immaginario popolare. Galvani, infatti, nel pomeriggio del 6 novembre 1780, aveva osservato le zampe di una rana muoversi bruscamente dopo l’applicazione di una carica elettrica, credette perciò di aver scoperto un “qualcosa”, un “flusso” non meglio identificato, connesso con l’origine dalla Vita. Insieme ad alcuni collaboratori decise allora di mettere a punto un ulteriore verifica. Nel 1786, in un giorno piovoso, funestato di temporali, sistema alcune rane su un tavolo, ciascuna munita di un filo conduttore che sale in cima alla terrazza per catturare l’elettricità:

“Dopo aver raggiunte le scoperte, da noi finora esposte, intorno alla forza dell’elettricità artificiale nelle contrazioni muscolari, fu nostro vivo desiderio indagare se la cosiddetta elettricità atmosferica producesse, oppure no, i medesimi fenomeni: cioè se, seguendo i medesimi artifici, lo scoccare dei fulmini eccitasse contrazioni muscolari, così come quelle della scintilla. […] Ogni volta che balenavano i fulmini, nel medesimo istante tutti i muscoli subivano violente e numerose contrazioni, così che, come i baleni dei fulmini sogliono precedere il tuono, e quasi preavvertirlo, così i movimenti e le contrazioni muscolari di quegli animali. […] Pertanto, considerando con diligenza l’osservazione, appare simile il modo di comportarsi dell’elettricità artificiale e di quella atmosferica. […] Dopo una lunga serie di esperienze [da] questi risultati avevo capito che questa elettricità […] si trovava nello stesso animale preparato”.

Luigi Galvani, De viribus electricitatis in motu musculari, 1791.

Lo scienziato muore nel 1798, l’anno prima della presentazione al mondo da parte di Volta della sua “pila”, originata anche grazie all’accesa disputa scientifica tra i due sulla natura dell’elettricità. A proseguire gli studi del medico c’è suo nipote, il fisico Giovanni Aldini figlio di Caterina Galvani, sorella di Luigi. Giovanni ha cominciato ad applicare le conoscenze dello zio sul corpo umano e con le sue rappresentazioni strabilianti gira l’Europa, approdando a Londra il 18 gennaio 1803 presso il Royal College of Surgeons, dove ha ottenuto il corpo di George Forster, appena impiccato per aver assassinato moglie e figlio. Nell’esibizione applica al corpo del giustiziato una corrente elettrica prodotta da una pila: la mandibola trema, gli occhi si aprono e chiudono fissando apparentemente il pubblico, mentre il volto del cadavere è attraversato da rapidi e orribili spasmi. Molti pensano che di lì a poco la scienza avrebbe potuto restituire la vita a un corpo morto.

Sembra decisamente improbabile che a sei anni la piccola Mary abbia assistito a questo spettacolo, tuttavia è certo che ne abbia avuto notizia più tardi e discusso con il marito e gli amici, Lord Byron, John William Polidori e Claire Clairmont. È dunque l’accademico Giovanni Aldini, un personaggio reale appartenente all’élite scientifica più all’avanguardia, l’ispiratore dell’immaginario Victor Frankenstein, di cui Mary ne sviluppa i risvolti etici e antropologici in relazione alla “creatura” alla quale nel romanzo effettivamente darà la vita.

L’interesse della Shelley per la scienza è tuttavia filtrato dalla cultura romantica nella quale è cresciuta, ciò la conduce a una visione conflittuale del rapporto tra umanità e razionalità allo stesso modo del contemporaneo Leopardi che in un fantastico dialogo tra un folletto e uno gnomo, immagina il mondo dopo la scomparsa della specie umana:

“Gnomo Ma come sono andati a mancare quei monelli?
Folletto Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.”

Giacomo Leopardi, Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, Operette morali (1827)

Il filosofo e poeta recanatese, appena un anno più giovane della Shelley, all’interno di un registro fantastico e con uno sguardo al modello dialogico dei classici, si fa beffa della megalomania antropocentrica, ponendo duecento anni fa le questioni che sono oggi al centro della battaglia di Greta Thunberg. Composto nel 1824, il Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, non affronta però la questione “nel tempo”, come invece nello stesso periodo farà la trentenne Mary nella sua opera preferita e meno conosciuta dedicata allo stesso tema: The Last Man (1826). L’autrice di Frankestein, riconosciuta madre della fantascienza, dà alle stampe – ça va sans dire con scarso successo – un romanzo distopico ambientato in Italia tra il 2070 e il 2100, nel quale un’epidemia di peste spazza via la specie umana, lasciando intendere che rimarrà solo L’Ultimo Uomo, il protagonista androgino Lionel Verney, alter ego della scrittrice. Ecco dunque che una donna si racconta attraverso un personaggio “anfibio”, esponendo l’idea che gli Homo sapiens siano diretti verso la catastrofe. Non si tratta di una profezia o di una satira, il lavoro della Shelley è propriamente fantascienza nel collocare in un domani preciso (l’Inghilterra diventa una Repubblica) la sua interpretazione post-apocalittica del futuro dell’umanità, in questo caso sostanzialmente come fallimento della ragione maschile, anticipando taluni elementi dell’opera di Adorno e Horkhemier La dialettica dell’illuminismo (1947). La critica di Mary all’antropocentrismo trascende il cuore teorico del romanticismo, per attingere al pensiero dei due genitori, la madre “femminista” e il padre “anarco-comunista”, perciò sotteso agli eventi raccontati, vi è un nucleo critico verso un’economia sacrificale (imperialismo, colonialismo, mercantilismo, maschilismo) che è essenzialmente disumana e perciò condannata all’autoestinzione.

Lo sguardo scientifico trova un’altra conferma in un passo del libro, nel quale l’autrice individua uno spunto letterario che oggi è argomento delle neuroscienze: “Se i romanzi filosofici fossero di moda, ne concepiamo uno eccellente che potrebbe indagare lo sviluppo della mente in vari momenti, in diversi periodi della storia del mondo.” Mentre la Shelley scrive queste parole, Darwin è un adolescente quindicenne e Marx un bimbo di otto anni.

Quello che non si trova nell’Ultimo Uomo, dove su Londra nel XXI secolo volteggiano ancora torme di mongolfiere, è l’immaginazione del “progresso” nel futuro come si vedrà nella fantascienza successiva, a cominciare dalla seconda metà del XIX secolo.

Il termine “progresso” nel significato tuttora in uso, compare nel corso della “disputa tra Antichi e Moderni” quando a sostenere la tesi di Perrault si inserisce il contributo intellettuale di Bernard le Bovier de Fontenelle con un testo dal titolo Digression sur les anciens et les modernes (1688), nel quale lo scrittore dimostra argomentando logicamente che il succedersi delle generazioni reca con sé un accrescimento continuo del sapere. In questo quadro si afferma nella cultura moderna l’idea che il futuro sarà superiore al passato, dal punto di vista delle tecnologie e delle conoscenze scientifiche, migliorando incessantemente la vita umana. La questione del “progresso” caratterizza tutto il dibattito filosofico del XVIII secolo e trova in Condorcet la descrizione del limite che non c’è, o meglio sarà solo quello della “durata del pianeta su cui la natura ci ha collocati”.

Il “futuro” diventa perciò il luogo utopico concreto, quel domani da realizzare nel quale l’umanità conseguirà la pace perpetua e la felicità per tutti senza distinzione di sesso razza o religione. Le utopie come genere letterario, da Platone a Bacone, si trasformano attraversando la rivoluzione scientifica, quella industriale e quella francese, e confluiscono nella neonata fantascienza, attivando contemporaneamente anche lo sguardo opposto, quello distopico, che abbiamo visto affiorare nella Shelley.

A questo punto il Futuro, inteso come oggetto centrale della fantascienza, può essere osservato nella sua contrazione relativamente al Presente della realtà da cui si dispiega. In pratica, possiamo affermare che il futuro di Jules Verne (1828 – 1905) è “più lungo” del futuro di William Gibson (1948).

Il Futuro da Verne a Kennedy

I due romanzi che Verne dedica alla conquista del nostro satellite, Dalla Terra alla Luna e Intorno alla Luna, sono pubblicati rispettivamente nel 1865 e nel 1870. Il progresso tecnologico tra gli anni in cui scrive la Shelley e quelli in cui Verne pubblica le sue opere più celebri è notevole. All’epoca dell’autrice inglese non c’erano: la fotografia, la dinamo, il telegrafo, la dinamite, il dirigibile a vapore, la genetica e la plastica (celluloide), solo per ricordare le invenzioni più dirompenti. Per Verne, mezzo secolo dopo, è “naturale” immaginare che l’uomo possa andare sulla Luna senza “magie”, come in tanti racconti che lo avevano preceduto, ma con mezzi meccanici e secondo le leggi della fisica e della chimica. L’idea è costruire un enorme e potentissimo cannone che possa sparare un proiettile abitabile con dentro i primi astronauti.

Tenendo conto delle dovute differenze, ciò accadrà davvero un secolo dopo, quando nel luglio 1969 Armstong e Aldrin lasciano le prime impronte umane fuori dal pianeta Terra. Per semplificare questo excursus, possiamo assumere convenzionalmente codesti 100 anni come la distanza più ampia tra immaginazione e realtà al momento in cui la fantascienza si afferma come genere letterario conseguendo un notevole successo di pubblico. Poi inizia una veloce contrazione.
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La letteratura fantascientifica tra Verne e la missione dell’Apollo11, è sterminata, e non è questo il luogo per esaminarla, tante sono le enciclopedie, i manuali e le antologie a essa dedicate; ciò che importa in questo percorso è che ogni opera – a partire dalla seconda metà del XIX secolo – deve tenere in conto del progresso tecno-scientifico che cresce a una velocità impressionante, determinando un aumento della complessità estremamente problematico. Un esempio di ciò si trova nel romanzo Le meraviglie del 2000, opera troppo sottovalutata dai nostri programmi scolastici zeppi di “provvidenza manzoniana”, dove Emilio Salgari sviluppa quest’aspetto della velocità, anticipando di settant’anni il nucleo delle idee di Paul Virilio sulla “dromologia” (1977).

In Le meraviglie del 2000, pubblicato nel 1907 – due anni prima del Manifesto Futurista che mitizzerà proprio la velocità – Salgari manda nel futuro i due protagonisti grazie alla chimica di una pianta esotica che sospende le funzioni vitali e gli permette di spedirsi avanti nel tempo. In morte apparente, congelati a -20° nel 1903, i due sono risvegliati nel 2003 dagli esecutori testamentari e si ritrovano in un mondo strabiliante ma talmente “veloce” che alla fine non riescono ad adattarsi e finiscono in manicomio. Tra le cause del loro cedimento, c’è anche l’aria “densa di elettricità” alla quale i loro corpi non sono abituati (oggi si parla di “inquinamento elettromagnetico”). Non si tratta qui di un futuro propriamente distopico, piuttosto Salgari evidenzia come l’evoluzione preveda un adattamento – secondo quanto teorizzato da Darwin – che se non vissuto, non permette la sopravvivenza nel mondo che verrà. In questo senso la distanza di 100 anni contiene un progresso che è racchiuso nel titolo, appunto Le meraviglie del 2000, dove il “meraviglioso” è la potenza della scienza e della tecnologia ormai evidente nella quotidianità: in Italia, nel 1910, circolano 7762 automobili; a Roma, da un anno, è attivo a Centocelle il primo aeroporto della storia; l’istruttore, primo pilota italiano, è il capitano di fregata della regia marina Mario Calderara, addestrato direttamente da Wilbur Wright, giunto dagli USA a vendere il “Flayer”, primo apparecchio a motore più pesante dell’aria che abbia mai volato. I fratelli Wright erano costruttori di biciclette (inventata da John Kemp Starley nel 1885) che smerciavano nel loro negozio a circa 18 $ l’una (un litro di latte costava 0,60 Cent).
wright a centocelle 1909

Mentre Salgari scrive e i Wright decollano, un impiegato dell’ufficio brevetti di Berna sta pubblicando quella che conosciamo come “teoria della relatività” (“ristretta” nel 1905 e “generale” nel 1915). Dopo il contributo di Einstein, il Mondo deve confrontarsi con quanto di più contro intuitivo si possa immaginare: lo scorrere del tempo non è universale, ovvero tempo e spazio non sono assoluti, come ritenevano Galileo e Newton e come ci dicono i nostri sensi, ma si dilatano o si contraggono a seconda della velocità con cui ci si muove. La ricaduta nella letteratura fantascientifica sarà enorme, anche perché dalla teoria si deduce che la “velocità della luce” è la massima raggiungibile nell’Universo. L’Universo stesso assume un senso inedito e definitivo, ma soprattutto il termine “relatività” tracima dalla fisica investendo la Cultura dell’umanità che vi è immersa. Einstein muore nel 1955, due anni dopo fa il giro del mondo, la notizia del lancio in orbita del primo satellite artificiale: lo Sputnik. A questo primo successo sovietico, seguirono la cagnetta Laika e il cosmonauta Gagarin, obbligando il neo eletto presidente Kennedy a lanciare il guanto di una sfida azzardata.

Il 12 settembre 1962, in un celebre discorso alla Rice University in Texas, JFK dichiara che entro la fine del decennio, gli Stati Uniti avrebbero sbarcato per primi un equipaggio umano sulla Luna. Durante il discorso spiega la velocità del recente progresso e per farsi comprendere meglio fa un esempio, riducendo gli ultimi 50mila anni della storia umana in mezzo secolo:

“In questi termini, sappiamo ben poco dei primi 40 anni, tranne che alla fine di essi l’uomo moderno aveva imparato a usare le pelli degli animali per coprirsi. Quindi circa 10 anni fa, secondo questo standard, l’uomo emerse dalle sue grotte per costruire altri tipi di riparo. Solo cinque anni fa l’uomo ha imparato a scrivere e usare un carro con le ruote. Il cristianesimo è iniziato meno di due anni fa. La macchina da stampa è arrivata quest’anno, e quindi meno di due mesi fa, durante l’intero arco di 50 anni della storia umana, il motore a vapore ha fornito una nuova fonte di energia. Newton esplorò il significato della gravità. Il mese scorso sono diventate disponibili luci elettriche, telefoni, automobili e aeroplani. Solo la scorsa settimana abbiamo sviluppato penicillina, televisione ed energia nucleare, e ora se la nuova astronave americana riuscirà a raggiungere Venere, stasera avremo letteralmente raggiunto le stelle.”

 

L’annuncio della gara con i sovietici è un duro colpo per il “futuro” nella fantascienza e quando il 20 luglio 1969 tutto si compie, il viaggio spaziale finisce di essere un’incredibile avventura del domani come raccontò Verne, per diventare una meravigliosa realtà del presente: il futuro è adesso. Tuttavia, il cortocircuito tra tempo della fantascienza e tempo della realtà tecno-scientifica in realtà ha già preso forma l’anno prima, quando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo la MGM distribuisce 2001:Odissea nello spazio, oggi unanimemente riconosciuto come il più grande capolavoro del genere sci-fi e tra i cinque film più influenti della storia del cinema tout court. Allorché nel 1965 cominciano le riprese, ciò che desidera ottenere Kubrick è la più precisa accuratezza scientifica possibile nel prefigurare il futuro del XIX secolo.
2001moon

Nel cratere lunare Clavius c’è una base scientifica abitata da astronauti; nella realtà – dicembre 1968 – si compie la missione dell’Apollo8: i primi tre umani orbitano intorno alla Luna, e torneranno con una foto leggendaria del nostro pianeta, ma la prospettiva di una stazione scientifica sul suolo lunare è tra i piani degli USA fin dal 1958. Già prima del programma Apollo, l’Aeronautica Militare aveva elaborato il Lunex Project per un allunaggio con equipaggio, cui sarebbe seguita la costruzione di una base aeronautica sotterranea capace di ventuno occupanti entro il 1968 a un costo totale di 7,5 miliardi $. L’idea di una base di “facile” realizzazione fu, in un perfetto cortocircuito, di A. C. Clarke che nel 1954 suggerì l’utilizzo di enormi igloo gonfiabili ricoperti di sabbia lunare (regolite).

A bordo dell’astronave Discovery diretta verso Giove, in cerca del monolito, tutto è affidato a Hal9000, un computer senziente (AI); quello del ’69 in dotazione agli astronauti dell’Apollo11 è capace di una memoria a 72KB, molto meno della metà del “peso” della pagina Word su cui è scritto questo testo, tuttavia il concetto di “Intelligenza Artificiale” fu coniato nel 1956 da John McCarthy. Poco tempo dopo i primi incoraggianti esperimenti, a metà anni Sessanta Herbert Simon affermò che “le macchine saranno in grado, entro vent’anni, di svolgere qualsiasi lavoro che un uomo possa fare”.

La distanza tra il 1968 e il “2001” era poco più di trent’anni, intanto quella tra Verne e il viaggio lunare si era azzerata. Nei trent’anni ormai trascorsi, proprio alle soglie del XXI secolo Kubrick è morto (1928-1999), gli è sopravvissuto il più anziano A. C. Clarke (1917-2008), il quale ha potuto “vedere” il 2001 reale. Intervistato per i suoi novant’anni, ha raccontato:

“Ai miei tempi sono stato molto fortunato a vedere molti dei miei sogni diventare realtà! Crescendo negli anni 1920 e 1930, non mi sarei mai aspettato di vedere accadere così tanto nel giro di pochi decenni. Noi “cadetti spaziali” della British Interplanetary Society abbiamo trascorso tutto il nostro tempo libero a discutere di viaggi nello spazio – ma non immaginavamo che si trovasse nel nostro prossimo futuro […] Non riesco ancora a credere che abbiamo appena celebrato il 50° anniversario dell’era spaziale! Abbiamo realizzato molto in quel momento, ma l’Età d’oro dello spazio è solo all’inizio. Nei prossimi cinquant’anni, migliaia di persone viaggeranno verso l’orbita terrestre – e poi, verso la Luna e oltre. I viaggi nello spazio – e il turismo spaziale – diventeranno un giorno quasi banali come volare verso destinazioni esotiche sul nostro pianeta.”

(intervista ad A. C. Clarke concessa alla TVE-Asia Pacific, 2007)

All’indomani del successo di Armostrong, Aldrin e Collins, le missioni Apollo appaiono al pubblico un momento di routine e la NASA interrompe il programma con la numero 17 (dicembre 1972), quella con a bordo l’unico civile che ha calpestato il suolo lunare, il geologo Harrison H. Schmitt. Indimenticabile diverrà però la numero 13, abortita per un grave malfunzionamento e perciò trasformata nel più spettacolare salvataggio mai realizzato. In questo periodo, le televisioni di tutto il mondo nei programmi dedicati alla scienza parlano della base lunare come di un evento imminente, così come dato per certo è il prossimo obiettivo per la fine del secolo: conquistare Marte.

Il Tempo Zero

La fantascienza irrompe nel piccolo schermo con la serie britannica U.F.O. (1970) ambientata nei primi anni ’80, dove la base lunare è una certezza, un avamposto attrezzatissimo per il monitoraggio e la difesa dagli “attacchi” alieni immaginati dagli autori. In orbita terrestre c’è un modulo abitabile che è anche un enorme calcolatore, lo “Space Intruder Detector” (SID); dotato di voce “monotona” come HAL9000 è capace di dialogare con la “Moonbase” e la rete globale di comunicazione terrestre gestita dalla SHADO per conto dell’ONU. Si immagina, infatti, la rappresentazione di ciò che oggi è l’Internet, all’epoca ancora un’embrionale connessione tra alcune università USA per lo scambio di dati fra ricercatori (ARPANET). Nel 1974, gli stessi produttori presentano un’altra stazione scientifica sul nostro satellite, abitata da circa 300 addetti con il compito di studiare il pianeta Meta al di fuori del Sistema solare, verso cui dovrà partire una spedizione umana. È l’enorme Base Alpha situata nel cratere Plato, la scenografica protagonista di Spazio 1999 (1975-77). Con una struttura narrativa simile alla serie USA Star Trek (1966-69), gli abitanti della base vivono mirabolanti avventure incontrando pianeti e alieni di varia natura, prevalentemente antropomorfi. Al posto dell’astronave Enterprise è la Luna stessa, il mezzo su cui viaggiano gli esploratori “forzati” poiché il 13 settembre 1999, un’immane esplosione nucleare ha strappato dall’orbita terrestre il nostro satellite spedendolo alla deriva nello spazio a una velocità incredibile. Anche sulla Base Alpha c’è un potentissimo computer gestito dall’ingegnere informatico nigeriano David Kano, il quale ha una “presa” sul collo attraverso cui può interfacciare il suo cervello alla macchina, non senza qualche rischio. Coprodotta dalla RAI, la serie vede tra i protagonisti il vice comandante Tony Verdeschi, nato in Italia nel 1967 (interpretato da Anthony Anholt, 1941-2002).
base luna UFO

Lo spazio appare ormai a portata di mano, dunque la questione cruciale nel decennio che segue le missioni Apollo riguarda gli sviluppi dell’informatica, unitamente al progresso tecnologico dei microchip.

La previsione sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale di Herbert Simon, Nobel per l’economia e tra i più influenti scienziati sociali del XX secolo, era naturalmente ottimistica dato il clima entusiasmante degli anni ‘50 e ‘60. Per trovare un evento prossimo a HAL9000, anziché gli inizi degli anni ’80 si deve attendere il 10 febbraio 1996, quando il computer IBM “Deep Blue” vince una partita a scacchi contro il campione del mondo in carica, e tra i massimi giocatori di sempre, Garry Kasparov. Riferimento immaginario del match era il film diretto dal discreto giocatore Stanley Kubrick che per la celebre partita tra HAL e l’astronauta Frank Poole, s’ispirò all’incontro di scacchi Roesch-Schlage (Amburgo, 1910). Oggi, ha dichiarato Kasparov che all’epoca riuscì a recuperare e chiudere 4 a 2, “un qualunque banale programma di scacchi scaricabile dal web batterebbe sempre me e l’attuale campione del mondo, senza alcuna difficoltà”.

In questo panorama il mutamento culturale nel periodo tra gli anni ’70 e ’90 è letteralmente epocale, non solo perché nel 1989 si chiude la Guerra fredda. Il periodo, infatti, è quello della transizione dalla III Rivoluzione industriale verso la IV. La produzione di massa avviata con il modello fordista-taylorista a inizio ‘900 si conclude con l’avvento della robotizzazione dei segmenti operativi che sostituiscono una parte consistente dei lavoratori umani; è introdotta una maggiore specializzazione e flessibilità dell’addetto alla catena di montaggio al fine di realizzare una metamorfosi verso il modello JIT (just in time), determinando così una profonda ristrutturazione della fabbrica e delle metropoli in un quadro complessivo dove prende via la globalizzazione liberista. Tale transizione è favorita dell’ingresso rapido nella quotidianità di Home Computer nel corso degli anni ‘80, presto interconnessi dalla rete di telecomunicazioni Internet (nel 1993 appare il browser Mosaic per navigare nel world wide web, gli utenti sono circa 90mila, dopo sette anni diventato oltre 400milioni).
mosaic

Di questo scenario reale nell’ambito letterario del genere sci-fi si occupa la corrente del Cyberpunk, di cui si considera unanimemente il 1968 ancora una volta l’anno importante poiché è quello della prima edizione di Do Androids Dream of Electric Sheep? (in italiano Il cacciatore di androidi, 1971) opera fondamentale del visionario e profetico P. K. Dick, indagatore di un futuro prossimo (il celebre racconto è ambientato nel 1992) nel quale il ruolo di potenti multinazionali ad altissimo contenuto tecnologico è quello di sussumere le vite umane all’interno di un paradigma socio-economico totalitario, dove la dimensione spazio-tempo e la relazione vero-falso sono spesso alterate. La trasposizione cinematografica (Blade runner, 1982) appare nell’anno in cui muore Dick, al quale il film è dedicato e lo svolgimento dei fatti è “allontanato” dal regista R. Scott nel 2019 che cambia anche location, L.A. anziché San Francisco. La figura di Deckard (H. Ford) è ricalcata su quella del detective reso immortale dai romanzi “hard-boiled” di Chandler e Hammett, rendendo il film un noir fantascientifico in perfetta sintonia con i contemporanei lavori di William Gibson, esponente principale del filone cyberpunk. Convenzionalmente, a parte le anticipazioni del padre nobile P.K.Dick, si fa risalire il genere nella sua forma compiuta ai racconti The Gernsback Continuum e Johnny Mnemonic entrambi del 1981, finché dopo altre storie brevi, Gibson si impone a un pubblico più vasto con il romanzo Neuromancer (1984). L’immaginario del Cyberpunk è distopico: metropoli disumane, ambiente devastato, tecnologia robotica e digitale pervasiva (anche innestata nei corpi), collasso dei piani di memoria-realtà, crisi della verità, dominio assoluto del Capitale nella forma di corporazioni multinazionali, proletarizzazione della classe media, concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi, dissolvimento della democrazia verso regimi orwelliani. Tutto ciò immerso nel “cyberspazio”, che Gibson definisce “allucinazione consensuale” nel suo best-seller Neuromancer. Venticinque anni dopo, dunque un quarto del tempo occorso alla visione di Verne per divenire vera, il “cyberspazio-allucinazione consensuale” immaginato da Gibson è il nostro presente, ed esso coincide con la fine della fantascienza (science fiction, SF) nell’epoca del “tempo zero”. Infatti, nel 1870 quando Verne immaginò il cannone gigante per mandare uomini in orbita, inviare una lettera da Londra a Sidney richiedeva un tempo di 3 o 4 mesi (e viceversa per la risposta), il che rendeva un carteggio tra amanti lontani qualcosa di surreale per la nostra condizione attuale, in cui una “mail” impiega appunto un “tempo zero” (oltre al fatto che nel 1870 non vi era alternativa al messaggio cartaceo, mentre oggi i due amanti possono parlarsi vis a vis attraverso Skype).
blade runner3

La digitalizzazione della conoscenza, dell’informazione e della comunicazione ha prodotto realmente il villaggio globale individuato da McLuhan nel 1964, inoltre, la diffusione dell’intelligenza artificiale applicata alle tecnologie, realizza ogni giorno frammenti dell’immaginario che fu della fantascienza. Una serie televisiva di successo come Black mirror (2011 – in produzione), definita SF è in verità più che altro una collazione di documentari sull’impatto delle nuove tecnologie nella vita umana, in virtù della definizione di “post-umano” come scenario nel quale è ormai immerso completamente Homo sapiens. La fantascienza che prende in considerazione seriamente la scienza da cui partire per immaginarne sviluppi futuri, come s’è detto è ormai “domani” e se qualche autore vuole spingere sul pedale della fantasia, deve inevitabilmente violare le conoscenze scientifiche acquisite nel corso degli ultimi cento anni, entrando nel regno dell’avventura fantasy, declinabile a scelta in chiave drammatica, thriller, noir, commedia, horror, ecc.

Nel 2014 durante l’attesa nei mesi precedenti l’uscita in sala (24 ottobre), vi fu un gran parlare del film Interstellar gabellato dallo stesso regista C. Nolan come una sfida vinta verso l’ammirato ma ormai datato 2001 di Kubrick. Uno dei temi rilanciati dai media al servizio della propaganda hollywoodiana ruotava attorno alla grande attenzione per la scienza, in particolare verso i buchi neri e i wormhole, veri protagonisti del film. Per la realizzazione degli effetti speciali, diversi scienziati erano stati interpellati e lo stesso fisico teorico Kip Thorne, uno dei produttori esecutivi del film, s’era fatto garante della grande attenzione alla verità della fisica circa il buco nero. Il problema narrativo è che la vicenda allestita dagli sceneggiatori (Nolan stesso e suo fratello Jonathan) prevede l’ingresso del protagonista Joseph Cooper (M. McConaughey) nel – senz’altro realizzato magistralmente – black hole, trasgredendo gli effetti della fisica einsteiniana. Sospendiamo il giudizio, ma ci dobbiamo chiedere: per arrivare dove? All’amore che “trascende i limiti dello spazio e del tempo” (cit.), dunque trasformando il sentimento umano di cui s’è detto tutto già ai tempi di Catullo, nientemeno che in una costante dell’Universo da affiancare alla gravitazione universale (G), la velocità della luce nel vuoto (c) e la costante di Planck (h). Più che altro siamo dalle parti del fanta-melò, una colossale spettacolare soap-opera da 160ml di $ e quasi tre ore di durata. Tempo e Futuro, ormai cementati alla realtà, possono essere trattati da una narrazione che voglia ignorare la questione solo varcando la soglia della Metafisica.

La rimanente letteratura contemporanea si dispiega – di solito annaspando – all’interno della cornice già delineata nel XX secolo: alieni e relativi mondi, battaglie galattiche e invasioni, simulazioni e realtà alternative (a sfondo anche ucronico o anacronistico come lo “steampunk”), mutazioni antropologiche, nanotecnologie, intelligenze artificiali, ecc. In generale, l’orizzonte è catastrofico giacché la specie umana, qualora la scienza e la tecnologia fallissero davanti alle complicatissime sfide sociali, economiche, politiche, culturali, ambientali che abbiamo davanti, si troverebbe senza dubbio all’inizio dell’estinzione. L’emozione di immaginare un viaggio sulla Luna per un giovane lettore di Verne d’inizio Novecento, che da nonno vi assisterà mezzo secolo dopo, è perduta per sempre.

La fine del Futuro

In termini di “tempo nella fantascienza”, se come abbiamo visto la scienza deve costituire il limite entro cui la fantasia può muoversi, il Futuro è da considerare finito, chiuso, esaurito. La letteratura contemporanea, infatti, presenta quale unico sviluppo oltre la variegata riproposizione dei temi classici quella che si può definire in qualche misura “fantascienza filosofico-teologica”, intendendo con questa enunciazione la speculazione narrativa sui confini dell’universo, sulla sua natura e origine, sul rapporto che esso ha con la mente umana che la pensa, in virtù dell’essere – allo stato attuale della conoscenza scientifica – il nostro encefalo, l’oggetto più complesso dell’universo stesso. Fantascienza filosofico-teologica dunque, non già nella sua accezione di rappresentazione romanzesca delle religioni e delle divinità in mondi futuri eo alieni, ma come narrazione del “problema di dio” che da oltre due millenni interroga la nostra specie, laddove il termine “dio” è del tutto svincolato dai sistemi antropomorfi conosciuti dall’etnologia e antropologia religiosa, e descrive invece ciò che presiedeva alle domande di Kurt Gödel (1906-1978), il matematico scopritore dei Teoremi di Incompletezza. Il grande logico austriaco, infatti, desiderava trovare un ordine logico-matematico per fissare un fondamento all’esistenza dell’universo, una dimostrazione di “dio” cui giunge nel 1970 nella forma di un teorema derivante dal concetto di ultrafiltro, qualcosa di completamente estraneo alle elaborazioni teologiche dei dotti cristiani.

Una produzione letteraria fantascientifica che graviti attorno a questi temi è evidentemente molto complessa e perciò assai poco attraente per il grande pubblico.

Oggi, la fantascienza pop è un’esortazione a scendere in piazza a milioni e lottare con ogni mezzo necessario per rovesciare l’orribile distopia nella quale il Capitale ci ha trascinato.

 


tondo

 

Carlo M. Pauer

(Roma)  Antropologo visuale, saggista, documentarista, autore televisivo.
Per questo sito ha scritto anche: L’invasione degli ultracompact un articolo sul quarantesimo compleanno del Sony Walkman TPS-L2, il primo music player portatile di massa, la nascita della colonna sonora personale la nascita della colonna sonora personale la nascita della colonna sonora personale la nascita della colonna sonora personale la nascita della colonna sonora personale la nascita della colonna sonora personale.

 


 

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Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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