La scuola, un’enorme casa senza pareti

Con la direttiva del 26 agosto 2018 avente per oggetto Attività di prevenzione e contrasto alla spaccio di sostanze stupefacenti nei pressi dei plessi scolastici Scuole Sicure, il Ministro degli Interni Matteo Salvini – indossando non ricordo quale divisa di giornata – annuncia che destinerà 2,5 milioni di euro fondamentalmente su due misure: implementazione dei sistemi di videosorveglianza e potenziamento della presenza delle forze di pubblica sicurezza di fronte e nelle scuole (anche con unità cinofile), fissando al 5% dello stanziamento la somma massima che può essere invece impiegata in azioni di sensibilizzazione e formazione. Percentuali che raccontano con evidenza la chiara impronta securitaria data al tema, un’impostazione che confonde da subito prevenzione e repressione e che si guarda bene dall’immaginare azioni di sistema che prevengano alcuni fenomeni preoccupanti insorgenti tra i giovani e giovanissimi.

La sindaca Raggi aderisce entusiasta, a Roma toccano circa 724 mila euro.

Ma qualcuno dai Municipi – e dalle scuole stesse – non ci sta.

Non ci vuole molto a immaginare la prima drammaticamente scontata risposta dei presidenti di alcuni Municipi che fanno eco a quanto già dichiarato da larga parte dei presidi romani: se ci sono dei soldi, dateceli per rimettere in piedi gli edifici scolastici. Circa l’80% dei plessi romani infatti ha bisogno di importanti interventi di manutenzione (il 70% addirittura di quella straordinaria), moltissimi sono fatiscenti e privi delle certificazioni previste per norma (come quella antisismica, per esempio), quasi tutti hanno bisogno di rinnovare arredi scolastici, investimenti tecnologici, spazi per lo sport e l’attività fisica e così via.

Così come appare più o meno ovvio a chiunque orbiti nel mondo delle scuole – che siano insegnanti, studenti, genitori, educatori ed educatrici, amministratori e amministratrici locali o addetti ai lavori – che le misure proposte siano palesemente insufficienti, limitate e inefficaci ad affrontare il complesso fenomeno delle dipendenze (e di eventuali comportamenti criminosi a esse connessi) tra le giovani generazioni.

Anche dal Municipio VIII, come dal I II e III Municipio, arriva l’indisponibilità politica ad aderire al progetto “Scuole Sicure” così come immaginato dal Ministro Salvini e accolto dalla sindaca; il presidente Amedeo Ciaccheri decide di disobbedire alla richiesta del Comune di Roma di indicare due istituti da inserire nel progetto dichiarandosi, invece, disponibile a investire i fondi in corsi di prevenzione ed educazione piuttosto che in una militarizzazione delle scuole.

E anche il Consiglio Municipale discute accesamente il tema a partire da due mozioni contrapposte, una a firma Lega l’altra a firma di Samuele Marcucci, giovanissimo consigliere di LEU e presidente della commissione scuola, sostenuta da tutta la maggioranza. Come sempre accade quando si parla di scuola – elemento fondante di cittadinanza di ogni comunità umana – nella discussione in aula appare evidente come si scontrino due visioni di società. Una che in maniera esplicita saluta entusiasta i militari fuori dalle scuole, arriva a proporre test antidroga giornalieri per chiunque le frequenti, augura lunga galera ai giovani colti in fallo e mira a costruire comunità respingenti, strutturalmente affette da paura, diffidenza, mania del controllo che alla complessità sociale rispondano con l’espulsione, l’allontanamento del diverso, del soggetto in difficoltà; l’altra che riconosce la scuola non solo come cartina di tornasole dello stato di salute di una società, ma come spazio in cui innescare una scommessa per il futuro. Una scuola che sappia riconoscere le criticità complessive e le difficoltà dei singoli e riesca ad affrontarle in un’ottica che non sia quella ‘armata’ della stigmatizzazione, dell’ossessione del controllo e della repressione, ma quella di ascolto e condivisione con le comunità sia del problema sia delle soluzioni. Una scuola che, sapendosi dotare di specifici percorsi di informazione e formazione e di strumenti variegati in grado di investigare a fondo i fenomeni nella loro complessità e di tracciarne contorni, origini e dinamiche, individui strategie di risposta. Persino nell’ottica di ‘mera sicurezza’ appare evidente che una presenza forte, pervasiva, qualificata della scuola in alleanza con le forze sane della città non può che rappresentare un efficace meccanismo di contrasto alle dinamiche mafiose e criminali che proprio negli enormi solchi di invisibilità lasciati dalla gestione pubblica e dall’isolamento sociale trovano il proprio terreno fertile.

Sosteniamo da sempre che una città sicura è una città aperta, viva, attraversata da cittadini e cittadine consapevoli che partecipano attivamente con le loro intelligenze collettive. Ecco quindi come definiamo noi una scuola sicura: innanzitutto una scuola che non cada a pezzi e che assicuri agli studenti luoghi dignitosi e strumenti adeguati per poter svolgere il loro percorso formativo, ma soprattutto una scuola aperta al territorio, al confronto con la città e il mondo, che magari riesca a non chiudere i battenti al suono della campanella, ma invece diventi spazio attraversabile in altri modi, in cui studenti insegnanti famiglie e territorio ritrovino un loro protagonismo e insieme sappiamo costruire momenti di crescita ed educazione diffusa in un alimentarsi reciproco e continuo di curiosità e stimoli.

Proprio perché rivendichiamo che ogni atto educativo è un atto politico, poiché attiene alla ‘polis’ e alla sua costruzione di senso e di valore, abbiamo immaginato e sostenuto da subito – insieme alle comunità educative formali e informali del territorio e grazie al contributo dell’assessora Francesca Vetrugno – i progetti Scuole Aperte, Get Up and Care, il Polo Musicale, il neonato osservatorio su bullismo e discriminazioni, il rilancio dell’educazione sessuale e affettiva per i giovani uomini e le giovani donne, i progetti per lo sviluppo della creatività e dei talenti, il percorso sulle storie e le memorie dei nostri quartieri che incontrano quelle dei e delle giovani abitanti che vengono da lontano e qui ora hanno la propria casa, la rivitalizzazione delle connessioni tra le biblioteche e le decine di presidi culturali diffusi, il rafforzamento della rete di scuole popolari e realtà autorganizzate che combattano concretamente sul campo la dispersione scolastica e facciano dell’educazione innanzitutto una pratica sociale essenziale per l’inclusione e lo sviluppo di autonomie e libertà.

«Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco», scriveva William Butler Yeats. Ecco cosa vogliamo che sia la nostra scuola: catalizzatore di enzimi, una fiamma che sappia divampare al di fuori delle sue mura e che allo stesso tempo sappia alimentarsi della vita che le si muove attorno, luogo che a partire dall’ascolto di bisogni e desideri sappia inventare strumenti nuovi a disposizione di tutti e tutte per affrontare il presente e costruire il futuro, una enorme casa senza pareti per una comunità intera, educante, generatrice di convivialità relazionale, fondativa di valori e linguaggi condivisi.

Se riuscissimo davvero in questa scommessa, delle telecamere e delle divise a presidiarci non sapremmo proprio che farcene.

*Consigliera capogruppo Gruppo Super8 – Municipio Roma VIII

Grande come una città
Grande come una cittàhttps://grandecomeunacitta.org
Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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