Indagine su un cinema al di sopra di ogni sospetto

Un poliziotto in carriera, un omicida, un gioco con venature sadomaso che si tinge di sangue; l’arroganza, l’impunità, il delirio di onnipotenza: ecco gli ingredienti di un film che appare poco meno di cinquant’anni anni fa nei cinema (1970), in un’Italia ancora avvolta dai conflitti sociali del vicino biennio rosso 1968-1969. Nato in un clima di profonda critica al sistema Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto svela la natura intrinsecamente violenta e prevaricatrice del potere senza fare sconti alla complessità talvolta contraddittoria dei personaggi, dedicando attenzione alla loro psicologia e indagando il difficile connubio tra la volontà di potenza e le pulsioni di morte.

Un film raffinato che sarebbe ingiusto ridurre a puro ‘cinema politico’, capace com’è di utilizzare registri grotteschi e forme stilistiche del giallo (qui un viaggio attraverso le location del film).

Nel rivederlo oggi, appena terminate le ‘celebrazioni’ del Sessantotto, le tematiche del film incrociano – smentendola – un’argomentazione ricorrente tra i molti che si sono impegnati a criticare quell’anno nel suo cinquantesimo anniversario. Prevalentemente dediti a menare colpi di piccone alla storia di quel momento, tanto citata quanto poco conosciuta e ridotta a una sorta di scellerata ubriacatura collettiva, i detrattori del Sessantotto individuano il centro del disastro politico e sociale che, a loro dire, ne sarebbe seguito, nella messa in discussione del principio di autorità. Questi coraggiosi fustigatori dei costumi, sparano a raffica su quegli anni nella speranza di abbattere qualche voce contemporanea che dall’esperienza fatta avesse tratto il gusto per la libertà di pensiero. A quell’anno lontano di contestazione e lotta, allora, si addebitano oggi la morte della famiglia tradizionale, lo sfascio della scuola, l’esplosione della pornografia e, addirittura, delle malattie sessualmente trasmissibili; la violenza negli stadi, e sinanco la fine del grande cinema italiano, travolto dal dilettantismo e dall’utopia rivoluzionaria del “siamo tutti cineasti”.

In questo nostro caso siamo però di fronte a un film intelligente, guidato da scelte registiche raffinate, un capolavoro del cinema che, non a caso, ottenne un premio Oscar e il premio della Giuria a Cannes, un David di Donatello e diversi Nastri d’argento; un’opera di straordinaria fattura che proprio da quel clima di fermento e dissacrazione trasse nutrimento, da quegli slanci vitali di contestazione la sua forza. A questi nostalgici del rispetto, dovuto ai superiori per pura sudditanza, il film risponde da quel passato, raccontando la parabola di un uomo/simbolo che indossa il potere come una seconda pelle, trasformando la sua fallibile scorza umana in una corazza impenetrabile, che sfida, indifferente, la stessa evidenza della verità. È proprio la rigida ottusità prepotente, sembra dirci il film, a creare le macerie di cui oggi i detrattori del Sessantotto si lamentano, e non si può non pensare alle macerie, allora ancora fumanti, della Banca Nazionale dell’Agricoltura devastata da una bomba in piazza Fontana a Milano, nel dicembre del 1969. Forse in quella strage, che come nessuno più osa ignorare fu di Stato, c’è il germe che trasformò il desiderio di confronto, partecipazione e libertà in una lotta sanguinosa e senza futuro. Un gesto dettato da chi creando le leggi si sentì al di sopra della legge.

Ecco quindi la citazione, da Il processo di Franz Kafka, con cui si conclude il film:

Egli è un servo della legge, quindi
appartiene alla legge e sfugge
al giudizio umano.

Citazione che trova eco nelle parole del Commissario, non a caso senza nome – nel film è solo il “Dottore” –, impersonato da Gian Maria Volonté, quando arringa dicendo, anzi, strillando:

«L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo».

Impugnando a piene mani l’arma della critica al potere costituito, riesce a produrre qualcosa di più: ne contesta la pretesa paternalistica di intoccabilità ed eternità, rintracciandone il cuore sadico e il gioco perverso che fa slittare la figura del giudice in quella del carnefice, quella del poliziotto in quella del criminale. Uno slittamento reso possibile quando alla forza della Ragione si sostituiscono la Ragion di Stato e la Ragione della Forza, di cui il potere costituito detiene il monopolio; una Forza che si fa autonoma, legittimata dalla sua stessa potenza, facendo regredire il ‘popolo’ alla condizione di minorità. Così scriveva Elio Petri, il regista:

«Ognuno ha la sua fetta di potere e tende ad esercitarla in modo autoritario, perché dentro di noi è disegnata una società repressiva che domanda continuamente una presenza paterna, facendo di tutti noi dei bambini».

Per realizzare questo film – scomodo al punto che quando uscì si sollecitò da più parti l’intervento della magistratura, che desistette dal sequestro anche per la temuta reazione politica – Petri si avvalse della collaborazione di un gruppo di lavoro straordinario: la sceneggiatura fu scritta da Ugo Pirro – suoi anche La classe operaia va in paradiso e La proprietà non è più un furto, che compongono la cosiddetta trilogia della nevrosi di Petri –, che aveva già scritto una sceneggiatura intitolata Indagare è una cosa meravigliosa, in cui il cittadino Eugenio Sales chiedeva di essere indagato da un funzionario di polizia, capo dell’Ufficio Politico, per scoprire se per caso avesse, a sua insaputa, compiuto dei reati. Difficile non cogliere le somiglianze con il Dottore, che in Indagine cerca di attirare su di sé un giudizio di colpevolezza. Torna qui l’autorità del Dio Padre e la completa soggezione ad una legge che, svincolata da ogni razionalità, si insinua tra le scapole del cittadino, governandone gli incubi più profondi. Il montaggio fu opera di Ruggero Mastroianni, montatore sopraffino anche con Fellini e Visconti, che, in combutta con il più noto fratello Marcello, aveva soprannominato Petri ‘Capoccione’; Ennio Morricone compose per il film una colonna sonora indimenticabile, le cui sonorità ispireranno in seguito molte decine di thriller italiani (ascolta qui). Con Petri nel film c’erano poi attori del calibro di Salvo Randone, Florinda Bolkan, la sensuale Augusta Terzi, vittima dell’omicidio, personaggio che l’attrice brasiliana costruì in gran parte improvvisando; ma, soprattutto, uno straordinario Gian Maria Volonté, che trascina l’intero film unendo a doti mimetiche uniche, con una completa fusione nel personaggio del Dottore, la sua adesione militante al messaggio della pellicola, coerente con l’idea che il suo impegno di attore dovesse camminare indissolubile con l’impegno politico comunista: «Io i film borghesi non li faccio!». Volonté entrava nei panni dei suoi personaggi al punto da riportare nella quotidianità i loro gesti, caratteri e sentimenti fino al termine della lavorazione, quando, per esempio, poteva ricominciare a salutare i colleghi che interpretavano personaggi antagonisti al suo.

Ad armare questa lussuosa impresa di cinema fu, con Daniele Senatore, la produttrice (contessa) Marina Cicogna, cugina di Luchino Visconti, che trascinò nel gruppo la sua compagna, Florinda.

Il film le scoppiò fra le mani, ed ebbe un successo travolgente e inaspettato. Scrisse lo sceneggiatore Ugo Pirro: «L’affluenza del pubblico nelle sale era enorme e in alcuni casi fu necessario interrompere la circolazione dei veicoli, data la lunghezza delle file alle biglietterie».

Ma con il film arrivò anche uno tsunami di polemiche, favorite dall’assonanza del personaggio del Dottore con il commissario Luigi Calabresi, in quei mesi messo sotto accusa da parte dell’opinione pubblica per l’omicidio dell’anarchico Pinelli, volato da una finestra della questura mentre era ingiustamente indagato per la strage di piazza Fontana. In realtà la lavorazione del film precedette quel tragico evento, ma il cinema, il buon cinema, si sa, è preveggente.

Il film rischiò come si è detto la censura, sotto le cui forbici erano finite molte altre pellicole che avevano osato criticare le forze dell’ordine, tra tutti l’incredibile vicenda del film Totò e Carolina (1955) di Mario Monicelli, con più di 80 tagli; fu la Questura di Milano a chiederne il sequestro per il reato di vilipendio, ma la sua uscita nelle sale fu integrale e salutata dal critico Grazzini sul Corriere della Sera come un segno di maturità della società civile italiana, divenuta ‘adulta’. Nel parere espresso dal giudice Caizzi, incaricato di pronunciarsi sull’opportunità del sequestro, così si legge: «Appare chiaro che non si può cogliere una intenzione offensiva o di dileggio poiché il grottesco è la forma scelta perché la critica, anche se graffiante, si esprima comprensibilmente ad un livello fantastico. Tale obiettivo e la serietà dell’indagine critica svuotano evidentemente il film del significato offensivo che vi si volesse scorgere».

Ma il potere ha mille vite e non si fa in tempo a diventare adulti che c’è chi, in suo nome, vuole farci tornare bambini.

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Silvio Montanaro (Roma 1962) è regista, documentarista e montatore. Ha all’attivo una decina di lungometraggi, presentati in festival nazionali e internazionali. Professione Remotti (2016) è tra i finalisti ai Nastri d’argento Doc 2017. Ha collaborato a trasmissioni Rai e con diverse riviste specializzate, ed è stato direttore artistico di festival di cinema e rassegne estive di spettacoli. Nel 2018 firma, con Gianni Ramacciotti, il documentario 1968 – Gli uccelli un assalto mai raccontato.

 

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Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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