La 180, una legge sulla dignità umana

Ho cominciato a frequentare il manicomio di Roma prima di laurearmi nel 1969. Ho le immagini impresse nella mente perché i ricordi emozionali sono quelli che rimangono con maggiore precisione. Grandi stanzoni superpopolati, fatiscenti, in rovina, un odore pungente molto particolare, un po’ di stalla e un po’, si diceva con l’ignoranza del pregiudizio, di ‘schizofrenia’, corpi umani dalle espressioni stravolte che si avvicinavano per chiedere una sigaretta, molti vestiti con una casacca di tela grezza, le fasce che pendevano dai polsi, alcune persone girovagavano in tondo, altre erano sedute guardando il vuoto, altre ancora legate alle panche o ai termosifoni. I primi medici non erano psichiatri, non avevano fatto nessuna carriera ed erano, insieme agli infermieri, sotto il potere delle suore, che avevano le chiavi del comando oltre che della farmacia.

Se qualche paziente stava male di notte, per non svegliare la superiora, si doveva aspettare la mattina anche per i farmaci salvavita. A volte, ho pensato che così i pazienti avrebbero potuto morire, ma in realtà questo non sarebbe importato a molti, né, probabilmente, ai pazienti stessi, né al personale, né ai parenti, molti dei quali avevano abbandonato i loro congiunti in manicomio quasi dimenticandoli. Eppure da questo sfacelo della dignità umana cominciò una nuova stagione che sfociò in uno dei progetti più importanti della nostra storia: il diritto alla salute e il Servizio Sanitario Nazionale. L’inizio lo diede la città di Trieste grazie alla capacità di un uomo particolare, Franco Basaglia, che riuscì con la moglie e un gruppo di amici a convincere una giunta democristiana ad aprire il manicomio triestino. Il fuoco divampò ben presto, in un tessuto sociale che aveva passato da poco il ’68. Le braci erano ancora accese sotto la cenere. Il superamento dell’ospedale psichiatrico e della sua iniqua condizione umana implicava non solo un nuovo modo di curare, ma un nuovo modo di concepire i rapporti sociali in cui le contraddizioni non dovessero essere più occultate ma affrontate con la collaborazione dei tecnici, dei politici e della gente comune. Intorno agli anni ’70 questo sembrava possibile e quindi il superamento del manicomio diventava non solo un atto specifico doveroso, ma anche una sorta di simbolo per una nuova alleanza sociale.

A Roma abbiamo cominciato a San Basilio, esattamente a Piazza Urbania 4, dove ora c’è una comunità terapeutica, Fausto Antonucci, io, Paola Innocente e molti altri amici, psicologi, assistenti sociali, infermieri. Aprimmo il primo Centro di Salute Mentale territoriale, progressivamente ogni quartiere ne avrebbe avuto uno. San Basilio, reduce dalle lotte per la casa, dove tra i disordini l’8 settembre 1974 morì Fabrizio Ceruso, era considerato un po’ il Bronx di Roma. I ragazzotti un po’ delinquenziali, che soggiornavano al bar della piazzetta, temevano questa apertura, considerandoci l’espressione del controllo da parte delle istituzioni. Dopo una serie di angherie che dovemmo subire come iniziazione, cominciò il miracolo sociale con la mediazione di ragazzi più sensibili, di operai che passavano a trovarci dopo il lavoro, di madri di famiglia che avevano i parenti seguiti dal centro, dei comitati di quartiere con i quali eravamo in collegamento continuo. Diventammo amici di questi ragazzi e loro stessi divennero i nostri più strenui difensori. Fra professionisti, politici e cittadini iniziò un clima di collaborazione. Si capì che eravamo lì non per esercitare un controllo ma per una legge giusta, la 180, e che in qualche modo avremmo non solo curato, ma liberato, chi aveva avuto la sfortuna di entrare in manicomio e più che altro avremmo fatto in modo che nessuno ci dovesse più entrare.

Con una strana analogia con i tempi attuali, anche allora si apriva la battaglia per la casa, nel senso che le persone che uscivano dal manicomio dovevano trovare una sistemazione abitativa con il nostro aiuto, specialmente quelli che non avevano più un nucleo familiare per la lunga permanenza in ospedale. Questo è stato molto difficile perché la gente non si fidava di affittare le case ai ‘matti’, e c’era, come oggi, una competizione per il diritto alle case popolari dello IACP. Il lavoro consisteva proprio nell’andare a rassicurare gli inquilini del caseggiato, mostrando che la follia non costituiva pericolo per sé e per gli altri e che la maggioranza dei fatti aggressivi e delinquenziali, come dicevano le statistiche, erano commessi da persone che non avevano mai avuto nulla a che fare con la psichiatria. Si è a lungo discusso sulla dicitura ‘Centri di Salute Mentale’ contrapposta ad ‘Ambulatori di Psichiatria’ perché il nostro ruolo non aveva solo a che fare con la cura ma con il tentativo di superare l’emarginazione e la vergogna della malattia mentale aiutando i ‘matti’ a vivere con i ‘normali’ e viceversa. Questo ha permesso che le persone iniziassero a temere sempre meno le proprie parti psicologicamente sofferenti aprendosi a una maggiore condivisione. L’ascolto divenne la parte essenziale della cura, gli elettroshock, il contenimento fisico, la reclusione, abbandonati per sempre, anche per l’avvento di nuovi psicofarmaci. Ci accorgemmo ben presto della sofferenza dei familiari costretti a stare vicino ai pazienti. Per questo, la famiglia, e non soltanto la persona, è diventata l’obiettivo del nostro lavoro. Secondo un’ottica sistemica, il nostro lavoro si è dunque rivolto congiuntamente alla persona, alla famiglia e al quartiere, perché solo nei nodi di questo tessuto si poteva arrivare al benessere del singolo. Ricordo un paziente che diceva sempre: «Dottori, voi costruite in un giorno quello che i miei genitori distruggono in una settimana!». Il punto era comprendere che nessuno aveva torto e che il modo di lavorare trascurando la rete era profondamente sbagliato, perché gli esseri umani vivono all’interno di relazioni e non vivono come monadi.

Abbiamo sempre ritenuto che la prevenzione fosse importante almeno quanto la cura e questo ci obbliga a non dimenticare la storia, la memoria dei lager manicomiali e delle condizioni che li hanno creati. Per questo, con il Gruppo Antropologia e Psicologia Sociale (GAPS) di Grande come una città, vorrei farmi promotore di un progetto in cui i bambini, dai dieci anni in su, possano venire a visitare con noi il parco dell’Ospedale Santa Maria della Pietà e il Museo della Mente, ascoltando le storie di cui siamo stati testimoni e la possibilità di superarle.

Siamo consapevoli di tutti i limiti che può avere questo progetto, ma è un piccolo nodo concreto di una rete di prevenzione che deve essere più grande. L’inizio di questo percorso parte dalla lettera, che riportiamo di seguito, che in maniera immaginifica scrivo a mia nipote come rappresentante di tutti i bambini meravigliosi e anche in memoria di quelli della loro età che vedevo dondolarsi in completa solitudine, seduti per terra in un padiglione per minori del Santa Maria della Pietà e di quelli che soffrono nei luoghi di guerra e di carestia.

Lettera a una bambina sulla ‘Pazzia’ e sui Manicomi
Cara Viola,
quando avevi cinque anni cercai di spiegarti cosa fosse la psicoterapia, ora che ne hai undici penso che tu sia pronta a capire il significato e le contraddizioni di quella che viene chiamata ‘follia’ o ‘pazzia’ e di quei luoghi assurdi che furono chiamati manicomi. Sento di doverlo fare perché nel passato quelli che erano considerati ‘Pazzi’, invece di essere curati e aiutati come sarebbe stato giusto e come succede oggi, venivano sottoposti a immorali e iniqui maltrattamenti e torture, fino a essere uccisi o imprigionati. E siccome i ‘pazzi’, molto spesso, non sono in grado di difendersi da soli, le persone come te e i tuoi amici, che considero meravigliosi, dovranno stare attenti affinchè cose così brutte non si ripetano, come purtroppo è accaduto in un paese della Puglia, Manduria, dove una persona fragile è stata ripetutamente maltrattata da ragazzini poco più grandi di te, fino a morirne. Infatti è possibile che per sentirci più sicuri cerchiamo di allearci con amici che ci sembrano più spavaldi, e questo è buono e positivo fino a quando il gruppo non si trasforma in una sorta di ‘branco’ che, magari, per scacciare la noia, se la prende vigliaccamente con qualcuno che non è in grado di difendersi.

Non è tanto facile capire perché le persone con disturbi mentali suscitino paura, vergogna e pregiudizi tanto da essere considerate invece che bisognose di aiuto e cure, cattive, pericolose e scandalose e in passato anche diaboliche, tanto da essere messe al rogo come streghe. Forse vediamo in loro una eccessiva diversità o, al contrario, il riflesso amplificato delle nostre stesse paure e questo ci porta ad allontanarli con una stupida equivalenza: lontani loro, via le nostre paure.

Tutto ciò che cambia o che non comprendiamo ci preoccupa, per questo abbiamo bisogno di rimanere attaccati alle nostre abitudini, a quello che conosciamo. Il noto ci dà sicurezza; il diverso, l’estraneo, lo straniero, al contrario, ci fanno temere di perdere privilegi o di dover mettere in discussione le nostre certezze. Come quando stai giocando con la tua amica del cuore e si presenta un’altra bambina e magari tu hai paura che la tua amica possa scegliere lei. È la tendenza a dover controllare e possedere il mondo che ci circonda e tutti ne siamo un po’ vittime, ma dobbiamo stare attenti a non esagerare e provare a pensare che magari il nuovo amico, che chiede di giocare, potrebbe diventare un’altra persona importante. Ma i grandi, a volte sono più testardi e può succedere che si mettano in testa cose, anche sbagliate, a cui vogliono credere ciecamente e che si chiamano pregiudizi. I pregiudizi danno sicurezza, permettono di non mettersi in discussione e di non fare la fatica di pensare con la propria testa. Quando le persone si accorgono che i loro pregiudizi sono miseri e privi di senso, cercano di darsi una spiegazione razionale, usando meccanismi psicologici un po’ grossolani come la generalizzazione: se un bambino un giorno ha rubato la marmellata, tutti i bambini vengono tenuti in castigo perché possono  rubare la marmellata. A volte questi meccanismi hanno portato a fatti molto gravi, come è successo nel 1938, quando alcuni scienziati in malafede per giustificare i loro pregiudizi su ebrei, Rom e persone disabili, scrissero il Manifesto della Razza, una sorta di libretto che autorizzava molte persone a pensare di essere supereroi e considerare gli altri inferiori e con disprezzo, tanto da decidere che dovessero essere sterminati.

Ma torniamo ai ‘pazzi’ per scoprire che abbiamo con loro molte cose in comune. Ognuno di noi ha una parte ‘pazza’. La paura del buio, il senso di colpa per qualcosa che si è potuto fare o soltanto pensare, la preoccupazione di non essere abbastanza bravi o di deludere i propri genitori, la paura di sbagliare sono alcune fra le tante preoccupazioni, o piccole manie, comuni a molti di noi, bambini e adulti. Magari la nostra parte ‘pazza’ ci rende più umani e sensibili. La maggior parte di questi problemi diminuisce e si attenua con il tempo, ma a volte la vergogna tende a farci mantenere segreti questi sentimenti che così tendono a incubare e a crescere, mentre se li condividiamo si possono placare ed estinguere.

Ma esistono anche malattie mentali più gravi che oggi mettono meno preoccupazione di qualche decennio fa, perché possono essere curate. Per esempio, si può passare da uno stato di grande felicità a uno di grave tristezza, ci si può sentire diversi, ‘strani’, avere l’impressione che qualcuno, che non siamo noi, parli nella nostra testa o che ci sia un complotto che ci minaccia. Oggi le persone che hanno questo tipo di problemi possono essere aiutate con successo, mentre fino al 1978 venivano ricoverate in manicomio, una sorta di ospedale che avrebbe avuto il compito di curare ma che invece si era trasformato in un luogo molto brutto, sporco, maleodorante, dove le persone soffrivano e erano spesso trattate male o semplicemente non ascoltate.

I manicomi divennero così sempre più affollati; pensa che il manicomio di Roma, il Santa Maria della Pietà, nato per ospitare 1000 persone, arrivò a ospitarne più di 2.650. Ricordo che la prima volta che ci misi piede, a vent’anni, fui colpito da un odore acre e pungente e da questi poveri esseri che vagavano vestiti di camicioni e con le fasce penzoloni ai polsi, con le quali sarebbero stati poco dopo legati alle reti o ai termosifoni. Pensai a una bolgia infernale dantesca. È importante capire che il manicomio non rappresentava solo un luogo di presunta cura, ma anche il posto che permetteva alla società di ‘dimenticarsi’ dei problemi mentali, rinchiudendo chi stava male in una sorta di prigione. Non a caso, chi era ricoverato veniva automaticamente iscritto al casellario giudiziario, un registro dove vengono segnati i precedenti penali di coloro che commettono un reato, come se i ‘matti’ fossero persone pericolose e di pubblico scandalo.

Oggi, grazie a una legge molto importante per la dignità umana, che si chiama Legge 180 o Legge Basaglia, dal nome della persona, Franco Basaglia, e grazie anche alle ricerche scientifiche sulla mente e sul cervello, esistono molte buone cure: chi sta male può essere visitato negli ambulatori chiamati Centri di Salute Mentale, condividere le proprie paure con uno psicologo o uno psichiatra che ascoltano amichevolmente, avere prescrizioni farmacologiche adeguate, essere aiutato dagli assistenti sociali o da educatori a trovare la qualità e le condizioni di vita più decorose possibili e, in casi estremi, essere ricoverato, per breve tempo, in qualsiasi ospedale, come tutti gli altri malati.

Foto di Paolo Lottini, particolare del Libro graffito di NOF4, al secolo Oreste Fernando Nannetti (Roma, 1927 – Volterra, 1994), realizzato durante gli anni di internamento nel Reparto Ferri della sezione Giudiziaria del Manicomio di  Volterra, dal 1958 al 1994, incidendo l’intonaco con la fibbia del panciotto, dato in dotazione a tutti i pazienti. Lungo 180 metri, 2 metri di altezza media, il Libro graffito rappresenta un esempio mirabile di Art Brut.
Per approfondire vita e opere di NOF4:
[https://www.flickr.com/photos/pepe50/32334962573/in/photostream/]
[http://bizzarrobazar.com/2015/09/22/i-viaggi-telepatici-del-colonnello-astrale-nof4/]
[https://www.vanillamagazine.it/oreste-nannetti-l-art-brut-del-piu-famoso-internato-in-un-ospedale-psichiatrico/]

di Ruggero Piperno

Grande come una città
Grande come una cittàhttps://grandecomeunacitta.org
Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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