La cassiera

Ventimila battute sotto i mari
 
La cassiera

E anche quella mattina la cassiera era al suo posto, un altro giorno da aggiungere agli altri.

Sapeva già come sarebbe andata, altri sguardi lascivi, pietosi, o sfuggenti, perché nessuno l’avrebbe guardata negli occhi, che pure erano belli, con quelle iridi azzurre come un cielo estivo.

Tutti avrebbero fissato, o finto di non fissare, vinti dall’imbarazzo, soltanto i suoi seni.

All’inizio non era così male, a dodici anni era più sviluppata delle sue coetanee, molte delle quali sembravano tavole da surf. Lei invece no, portava la quarta misura di reggiseno e, già da tempo, quelli di sua madre le stavano piccoli. In famiglia si sentiva un’aliena, sua nonna, sua sorella, le cugine, si chiedevano, con una punta d’invidia, da dove provenisse tanta abbondanza. Ma fuori casa era popolare, a scuola, sull’autobus, ovunque andasse, uomini di ogni tipo e ogni età scattavano sull’attenti, sembravano segugi che avevano appena fiutato una preda.

Inizialmente era lusingata da quelle attenzioni, si sentiva importante e amata, anche se il pensiero di quel seno che non voleva smettere di crescere le creava inquietudine.

Tale inquietudine, intorno ai diciotto anni si era trasformata in preoccupazione, i seni erano cresciuti ancora e ormai era necessaria l’ottava misura. Si allarmò anche sua madre, che la convinse a consultare un senologo.

Lo studio era pieno e quando finalmente arrivò il suo turno fu con un certo sollievo che bussò alla porta, non sostenendo più gli sguardi e i mormorii delle altre pazienti nella sala d’attesa. Il medico era impegnato a consultare dei documenti, ma quando la vide, trasalì e per un momento parve che stesse per strozzarsi, poi finalmente riprese il controllo.

– Buonasera signorina, qual è il problema? È la sua prima visita?

– Sono preoccupata, dottore, lo vede anche lei questo seno così grande, non fa che aumentare e nessuna in famiglia è così. Lui la tranquillizzò, poi la fece stendere per effettuare l’ecografia e, dopo aver dovuto chiedere all’assistente una seconda boccetta di gel, poté effettuare l’esame.

– Tutto a posto, non ha nulla che non vada, è un seno prosperoso e sano e smetterà di crescere quando sarà il momento. Madre Natura è stata generosa a elargirle questo dono.

Gli anni passarono e il seno non smise di crescere, ormai le taglie standard non bastavano più e ogni volta spendeva una fortuna per farsi fare reggiseni su misura. Era una tortura scegliere un abito e di andare al mare, in costume, non se ne parlava. La sua vita era un incubo, non solo per come la vedevano gli altri, ma anche per il dolore fisico che provava. Se di giorno era un supplizio, di notte incubi ricorrenti la tormentavano. Prendeva un coltello e tagliava, tagliava senza fermarsi, oppure si osservava le mani, curatissime, le unghie smaltate, lunghe e appuntite. Chissà se piantate nei seni li avrebbero fatti scoppiare come palloncini? Soltanto allora, nella breve tregua donata dal sogno, si sentiva finalmente libera e leggera.

Ma quel giorno, anche se ancora non lo sapeva, sarebbe cambiato qualcosa. Era a fine turno e la fila alla cassa era ancora lunghissima. C’era il solito assembramento ormai familiare; la mamma esaurita, con bimbo nel carrello ed altro bimbo frignante attaccato alla gamba, occhiaie scure e capelli… lasciamo stare; le due vecchiette che sparlavano fitto fitto di tutto e di tutti, pronte ad accumulare peccati da confessare al povero prete; il macellaio, con la pancia enorme, occhietti porcini e il carrello pieno di casse di birra; l’avvocatessa che sbraitava al telefono, minacciando di fare causa a mezzo mondo e che, con il carrello pieno (forse meglio dire vuoto) di prodotti light, non poteva certo sperare di riempire il suo culo secco.

Non ce la faceva più, quando sarebbe finita quella giornata? Faceva caldo e il sudore colava, soprattutto tra i seni. Sentiva già bruciare la pelle che non ne poteva più di sopportare quel peso e la schiena che mandava ululati di dolore. Ma ecco l’ultimo cliente.

– Uhm, uno nuovo – pensò.

– Bbbuonasera, ssignorina.

– ’sera.

Era un omino piccolo piccolo, con abiti troppo grandi per lui, mezzo calvo, con quattro ciuffi di capelli alle tempie, due baffetti spioventi, ma tutto in lui si poteva dire spiovente, compresa la pelle che si accumulava in una quantità di pieghe che spingevano verso il basso e un carrello che conteneva soltanto un mazzo di rose.

– 10 euro e 90.

L’ometto pagò e uscì e lei finalmente chiuse la cassa.

Mentre si avviava verso la fermata dell’autobus si sentì toccare una spalla, si girò e l’ometto era lì con il suo mazzo di rose.

– Ssalve ssignorina, ehm, ehm, ssono per lei.

– Oh, grazie, ma non posso accettare. Il proprietario, sa, non gradisce.

– La pprego, la ammiro da ttanto ttempo, nnnon mi dica di no.

– Per favore, non insista. Faccia come se avessi accettato. E ora, mi scusi, ecco l’autobus.

La scena si ripeté, quasi alla stessa maniera, nelle sere successive e la nostra cassiera, non avendo più la forza di rifiutare, capitolò.

Al primo mazzo di rose, seguirono innumerevoli mazzi di altri fiori, girasoli, gerbere, narcisi, gladioli e quando l’aria, dentro casa cominciò a diventare irrespirabile, finalmente accettò di uscire con l’ometto.

Andarono in un ristorantino fuori città, non molto conosciuto e non facilmente raggiungibile, ma era meglio così, in pochi avrebbero visto quella strana coppia e loro si sarebbero risparmiati una bella dose di cattiverie e prese in giro.

La cena fu un incanto, un incontro di anime gemelle che, sole, potevano capirsi; fu un fiume di parole da parte di entrambi, ci furono sfoghi, pianti e risate. Al ristoratore spiaceva di interrompere, doveva chiudere ma, per farsi perdonare, offrì la cena a quella curiosa coppia.

La cassiera e l’ometto continuarono a parlare fuori, nel parcheggio e dopo essersi detti praticamente tutto di sé, restò solo una cosa da fare, baciarsi. Fu straordinario, fu uno scambio totale. Il respiro di lei finiva in lui e, mentre il seno di lei si svuotava e rimpiccioliva, lui si riempiva e ingrandiva. L’ometto era diventato un uomo, senza più pelle che pendeva e lei finalmente riusciva, guardando in basso, a vedersi i piedi. Si guardarono negli occhi, esterrefatti, e, mentre si avviavano verso la macchina, increduli per quanto era successo, non riuscivano a staccarsi.

Gli anni sono passati e ora la cassiera e l’ometto sono una vecchia coppia. Ci sono figli e nipoti che li amano e non sanno spiegarsi il motivo di quegli sguardi, increduli e stralunati che i loro cari riservano solo a se stessi e, soprattutto, perché, nonostante l’amore reciproco che hanno sempre dimostrato, non li hanno mai visti scambiarsi un bacio.

È meglio non correre il rischio di guastare certi equilibri.
Immagine: Tom Wesselmann, Nude (dettaglio)
Grande come una città
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Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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