Le foibe ovvero della Shoah italiana. Un caso di uso pubblico della storia

La questione delle foibe è stata una delle più dibattute nel discorso pubblico sulla storia del nostro Paese dal dopoguerra[1]. In queste pagine intendo ricostruire l’iter della legge che istituì il Giorno del ricordo. Si tratta di un esempio di come, tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, i decisori politici del nostro Paese abbiano costruito in modo bipartisan una narrazione ufficiale di tipo sciovinista, altamente patetica e auto-indulgente. Ciò dimostra sia la grande diffusione sia la forza all’interno della memoria pubblica collettiva di simili interpretazioni. Merita di essere sottolineato che tali scelte si configurano come un cambiamento sostanziale del paradigma identitario ufficiale, in quanto la narrazione della legge del 2004 circa gli eventi del confine orientale accoglie antiche riletture afasciste o anti-antifasciste del passato, dotandole di un’inedita patente di ufficialità (la storia scritta per legge).

Il Gruppo di Storia di Grande come una città propone questo articolo che pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, Marco Bernardi, e della rivista dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea Il Presente e la storia in provincia di Cuneo.

Nel dibattito culturale e politico, quello che si svolge in particolare sulla stampa quotidiana e periodica, ricorre con grande frequenza la locuzione «uso pubblico della storia». Con essa si intende, a un primo livello, l’estensione del discorso storico fuori dall’originario ambito scientifico e disciplinare destinato prevalentemente agli specialisti e ai cultori della materia (Gallerano, 1995, p. 17). Il secondo successivo livello identifica l’uso improprio della storia quando viene manipolata a fini propagandistici e trasformata in strumento esplicito di lotta politica.

Vittorio Vidotto

La legge 30 marzo 2004, che istituì il Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano dalmata e delle vicende del confine orientale è uno degli interventi legislativi che, a partire dagli anni Duemila, hanno coinvolto la costruzione politica, spesso frammentaria e contraddittoria, del passato nazionale[2]. La gestazione di questa legge fu un processo lungo, caratterizzato dal succedersi nel corso di otto anni di ben quattro proposte di legge, tre per iniziativa della destra e una per iniziativa della sinistra, tra loro strettamente collegate.

Va subito notato come entrambe le leggi concernenti memorie dolorose della Seconda guerra mondiale (Shoah e foibe) siano informate a criteri e retoriche che mirano a rappresentare gli italiani come vittime. La legge sulla Giornata della memoria sanzionò un’interpretazione della Shoah come tragedia non-italiana. Non a caso, la scelta del 27 gennaio (giorno della liberazione del campo di Auschwitz) fu preferita a una più significativa a livello nazionale e capace di chiamare direttamente in causa le responsabilità degli italiani (ad esempio il 16 ottobre, giorno del rastrellamento del ghetto di Roma). Veniva in questo modo sanzionato ufficialmente il mito autoassolutorio dell’italiano innocente di fronte al genocidio ebraico[3]. E così fu anche per la legge sulle foibe. L’interpretazione degli avvenimenti, il dibattito durante il lungo iter di gestazione e la formulazione stessa della legge ricostruiscono i fatti secondo una prospettiva autoassolutoria e vittimistica, poco attenta alla realtà della durissima occupazione miliare italiana nei Balcani, contraddistinta da tentativi di italianizzazione forzata e, in gran parte della zona occidentale della Slovenia e della Croazia, da crimini di guerra ai danni delle popolazioni slave[4].

Le quattro proposte

Le prime proposte di legge sul tema vennero avanzate nel corso della XIII legislatura, che, circa il rapporto della politica con la storia e il suo uso pubblico, fu caratterizzata da una generale apertura bipartisan a interpretazioni e retoriche anti-antifasciste[5]. In particolare, proprio la questione delle foibe fu il luogo di incontro tra sinistra e destra per proporre un’interpretazione ufficiale, pacificata e vittimistica del passato[6].

Fu in questa temperie che videro la luce le prime due proposte di legge sulle foibe, quella del deputato di Alleanza Nazionale Roberto Menia e quella del deputato diessino Antonio Di Bisceglie, cui scopo palese era quello di attenuare alcuni tratti eccessivamente nostalgici del fascismo, nazionalistici e antipartigiani della proposta Menia[7], che non aveva fatto grandi sforzi per mascherarli. Ad esempio, nell’arringa di accompagnamento della proposta, il deputato veneto offriva una succinta ricostruzione degli eventi che mirava a far passare un’esplicita riabilitazione del fascismo: «[…] i partigiani titini, a seguito dell’8 settembre 1943, per circa sessanta giorni infierirono su quanto di italiano vi era in quella terra [e furono] ributtati nelle loro zone di origine dalle armi tedesche e da quelle della Repubblica sociale italiana»[8]. Come riscattava il fascismo in quanto patriottico, così poi rifiutava la Resistenza in quanto anti-patriottica[9]. In effetti, la proposta prevedeva di escludere da ogni riconoscimento coloro che avevano militato nelle file del movimento partigiano titino («coloro che facevano volontariamente parte di formazioni non al servizio dell’Italia», art. 1.3), cosa non eccezionale in quell’area.

La proposta 1563 proponeva un’interpretazione altamente patetica degli eventi: le foibe erano da considerarsi come deliberata operazione di pulizia etnica perpetrata dagli slavi ai danni degli italiani[10]. Un messaggio che si mantenne intatto in tutte le proposte di legge successive e che dominò i dibattimenti sia nelle commissioni sia nelle Aule. Così ad esempio affermava Menia presentando la propria proposta: «Tutti [gli infoibati] sono stati soppressi perché italiani». In questo modo non solo veniva negato ogni tentativo di contestualizzazione e distinzione, ignorando i risultati della ricerca storica[11], ma tutte le vittime diventavano «martiri»[12].

Inoltre, la proposta accoglieva un ulteriore aspetto delle narrazioni anti-antifasciste. Il periodo preso in considerazione dalla proposta era compreso tra l’8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947 (art. 1.2), data della ratifica del Trattato di pace di Parigi. L’intento era chiaro: con la scelta di questa data si voleva istituire un nesso causale stretto e univoco tra foibe ed esodo.

Infine, il testo proponeva esplicitamente la riscrittura della storia in termini politico-morali. Per vagliare le richieste di riconoscimento era prevista l’istituzione di un’apposita commissione, cui spettava più un giudizio politico sugli avvenimenti che non una loro ponderazione storica, data la sua composizione. I nove membri previsti erano: il Presidente del Consiglio dei ministri (o persona da lui delegata), i capi dei servizi degli uffici storici degli stati maggiori delle forze armate (Esercito, Marina e Aeronautica), due rappresentati del comitato per le onoranze dei caduti delle foibe, due rappresentanti del comitato famigliari e congiunti degli infoibati e, infine, un funzionario del ministero dell’Interno (art. 3.1)[13].

La proposta Di Bisceglie (Atti parlamentari, XIII legislatura, Proposta di legge N. 6724, 2000) venne presentata per cercare di contenere i caratteri troppo sfacciatamente revisionistici di quella dell’esponente di AN. Il richiamo alla proposta precedente era palese già dall’impianto formale della legge, nient’altro che la rielaborazione e, in alcuni casi, una limatura e modifica, dell’iniziativa di Menia. Tuttavia, non mancarono correzioni sostanziali. In primo luogo, ad esempio, nella proposta del deputato diessino erano contenuti tentativi di contestualizzare il fenomeno delle foibe, contestando anche le cifre fornite da Menia («più che azzardare un numero, si può più correttamente fare una stima che tenendo conto sia di ricerche sia di consultazione di elenchi di scomparsi può attestarsi attorno ad alcune migliaia di persone») e soprattutto la tesi secondo cui sarebbe esistito un nesso causale tra foibe ed esodo.

Inoltre, essa rifiutava i tentativi di denazionalizzazione della Resistenza e di assoluzione della RSI. All’opposto della proposta di Menia, a essere escluso dal riconoscimento era chi aveva servito per la Repubblica sociale o comunque a vantaggio dell’Asse e delle forze filofasciste («coloro che facevano parte di formazioni indossanti divisa o insegne tedesche e comunque gli appartenenti ed i collaboratori di organi e formazioni che tennero un comportamento efferato contro gli antifascisti e la popolazione civile e/o praticarono la delazione ai danni di resistenti e dei cittadini di origine ebraica», art. 1.3).

Inoltre, la nuova dicitura per la targa commemorativa non era una semplice correzione formale. «Per l’Italia» veniva sostituito con «La Repubblica italiana ricorda» (art. 4.2): l’intento era quello di ancorare il ricordo delle foibe alla natura antifascista della Repubblica. L’obiettivo era esplicito, e venne colto dai deputati di Alleanza Nazionale, che nel proseguimento del dibattito non nascosero una certa insofferenza per l’implicito richiamo alla Resistenza, in quanto valore fondante della Repubblica. Ad esempio, così si espresse l’estensore della prima proposta:

A me piaceva […] l’espressione “L’Italia ricorda”, perché l’Italia è la mia patria, l’Italia è la nazione, l’Italia è qualcosa che va oltre la struttura statale; pertanto a me piaceva di più la parola “Italia”. Aver voluto riaffermare, invece, che sia la Repubblica italiana, la Repubblica nata dalla Resistenza, la Repubblica richiamata spesso dalla Costituzione del 1948, è stato ritenuto un elemento fondante, di estremo interesse per tutto il centrosinistra[14].

Fallito il tentativo nella XIII legislatura[15], il progetto venne riproposto in quella successiva, dopo la vittoria delle destre alle politiche dell’aprile 2001.

A distanza di meno di un anno e mezzo l’una dall’altra, vennero presentate due proposte solo apparentemente slegate. La prima (n. 1874, del 26 ottobre 2001) era nuovamente a firma di Menia ed era praticamente la riproposizione pedissequa della precedente, senza gli emendamenti delle Commissioni[16]. La seconda[17] (3661, del 6 febbraio 2003) aveva come scopo quello di istituire una giornata per il ricordo dell’italianità delle terre passate alla Jugoslavia nel 1947 e dell’esodo degli italiani da quelle aree. Le due vennero quindi unite in una, il cui contenuto era ancor più marcatamente anti-antifascista, in quanto foibe ed esodo erano messi esplicitamente in relazione causale l’uno con le altre, cosa che in precedenza era rimasta implicita o era diventata oggetto di confronto tra le parti, senza però trovare una propria formulazione giuridica.

Retorica e impianto erano identici a quelli di due anni prima, sennonché il richiamo al ruolo patriottico del fascismo repubblichino si faceva addirittura più esplicito. Addirittura, il testo recava l’elogio di gruppi come la X Mas o il Battaglione Mussolini, che con la loro opera “patriottica” avrebbero posto termine alla prima ondata di infoibamenti:

grazie al ristabilirsi di presidi italiani e con la difesa del confine orientale ad opera di reparti come la X MAS o il battaglione bersaglieri Mussolini[18].

La proposta del febbraio 2003 si distingueva invece soprattutto per il suo carattere nazionalistico, addirittura sciovinistico e revanscistico[19]. Nell’arringa di accompagnamento, gli estensori lamentavano l’amputazione del sacro suolo patrio di quelle terre al di là dell’Adriatico, del cui carattere italiano facevano abbondantissimi esempi con sfoggio di una retorica vetusta e ampollosa. Veniva compianta la «mutilazione territoriale delle terre orientali d’Italia e la perdita della gran parte della Venezia Giulia e della Dalmazia [e con essa la cancellazione di] duemila anni di storia su quella sponda orientale dell’Adriatico [come testimoniato dalla] nobilissima Repubblica di Ragusa [con] suo antico motto Libertas» o il palazzo di Diocleziano a Salona e Niccolò Tommaseo. Venivano quindi richiamati i moltissimi battesimi di Zara. Persino Dante veniva scomodato in quest’opera di italianizzazione, richiamando il limes italicus della decima regio che correva a «Fiume l’olocausta» e «la romana Tarsatica». L’arringa era un lunghissimo elenco di città, di torri e di leoni di San Marco, di richiami al bel suono del dialetto veneto. Né ovviamente mancarono gli esempi più recenti, attinti direttamente dall’epica della Prima guerra mondiale e del sacrificio del patriota Nazario Sauro, di Capodistria:

la notte del 10 agosto del 1916, prima di essere impiccato, scrisse al suo figlio maggiore le parole che restano idealmente il giuramento alla Patria degli istriani e dei figli degli istriani, e dei figli dei figli dei figli che verranno: «E tu giura, o Nino, e fallo giurare ai tuoi fratelli quando avranno l’età per comprendere, che sarete sempre e dovunque prima di tutto italiani».

Al lamento per la perdita di quelle terre così “intrinsecamente” italiane veniva aggiunta poi la denuncia dell’esodo, assimilato a «un grande plebiscito di italianità e libertà». Nella descrizione delle ragioni dell’esodo compariva il nesso attraverso cui si sarebbe operata l’unione con la proposta di legge sulle foibe. La sua causa era indicata proprio, ed esclusivamente, nelle foibe:

[l’esodo fu] tragedia di migliaia di famiglie abbandonate a se stesse, in balia del terrore che si respirava nell’Istria insanguinata dagli eccidi di migliaia e migliaia di uomini scaraventati nelle foibe dai partigiani jugoslavi perché colpevoli di essere italiani.

Erano così poste le premesse per la nascita della legge che istituisce il Giorno del ricordo, delle foibe e dell’esodo.

Rivalutazione del fascismo, sciovinismo e vittimismo nei dibattimenti parlamentari

Le varie proposte di legge e, soprattutto, i dibattimenti in Commissione e nelle Aule costruirono una versione patetica degli eventi, che faceva appello non alla ragione ma ai sentimenti più istintivi, quali sdegno, amor patrio, simpatia/antipatia. Nei dibattimenti trovarono spazio tre messaggi, che confluirono poi nella legge: rivalutazione (più o meno esplicita) del fascismo, sciovinismo antislavo e vittimismo autocelebrativo.

La rivalutazione del fascismo era costruita soprattutto eliminando la distinzione tra partigiani e repubblichini in nome della pietà dovuta indistintamente a tutti i morti. Nei dibattimenti parlamentari sulla legge si nota l’adesione bipartisan a questo tipo di retorica, che in Parlamento assunse il nome di «logica della pietas» (contrapposta pretestuosamente a una «logica della storia»)[20]. Ad esempio, il diessino Domenico Maselli, relatore per la proposta Di Bisceglie, così apriva il proprio intervento:

per me è fondamentale distinguere tra giudizio storico e pietas umana [però] il nostro giudizio si arresta sulla soglia della morte e di una morte atroce […] Perché privare i parenti di tanti innocenti del sollievo di un ricordo della patria? Lo stesso colpevole non è poi riscattato dalla morte? La Repubblica italiana nata dalla Resistenza è abbastanza forte per ricordare i morti di una strage non ancora dimenticata»[21].

L’ostinazione a non procedere a una ricostruzione storica dei fatti portò anche ad affermazioni risibilmente assurde. Carlo Giovanardi, ad esempio, spiegava le foibe come un’ingiusta e capricciosa calamità, irrazionale e puramente anti-italiana, priva di una ragione storica indagabile:

purtroppo in quelle realtà della Venezia Giulia probabilmente qualsiasi scelta fosse stata compiuta da un cittadino italiano in Istria o a Gorizia, rischiava di essere una scelta sbagliata [e] qualunque scelta una persona avesse fatto – ed è stato storicamente così – comunque sarebbe finita nelle foibe[22].

In altri casi, invece, la volontà di non contestualizzare scopriva esplicitamente lo scopo di scagionare il fascismo. Gian Franco Anedda, relatore per la seconda proposta Menia, affermò che «le foibe non furono nemmeno indirettamente collegate ai fatti di guerra»[23].

La rivalutazione del fascismo passò poi attraverso l’equiparazione tra repubblichini e partigiani. Come detto sopra, la seconda proposta Menia escludeva dal riconoscimento i combattenti di formazioni non al servizio dell’Italia, con lo scopo di de-nazionalizzare la Resistenza. In sede di dibattimento nelle commissioni tale esclusione venne strumentalmente impiegata per far passare l’equiparazione tra tutti i protagonisti della vicenda, indipendentemente dalle loro scelte di campo. In tal senso si espresse Emerenzio Barbieri, dell’UDC, che propose la soppressione del terzo comma dell’articolo 1 per evitare la distinzione tra coloro che avevano fatto parte dell’esercito italiano e coloro che, «sempre come italiani», avevano combattuto per formazioni non al servizio dell’Italia[24]. A lui si unì il presidente della Commissione Lavoro, Domenico Benedetti Valentini, il quale rivendicò l’opportunità di concedere un riconoscimento a chiunque fosse stato soppresso o infoibato «indipendentemente dal fatto che sia stato arruolato nell’esercito italiano o che abbia aderito alla Repubblica sociale italiana o all’esercito di Tito»[25]. E similmente fece il deputato forzista Cesare Campa, che propose di stralciare l’esclusione dei congiunti di chi cadde in combattimento[26]. Menia stesso richiamò la necessità, «a circa sessant’anni di distanza da quegli eventi [in un] paese [dal] clima ormai mutato», di andare oltre le divisioni del passato: poiché le foibe erano state una pulizia etnica, risultava necessario che lo Stato italiano riconoscesse l’irrilevanza dell’«adesione dei singoli al regime fascista»[27].

Riscattato in questo modo il fascismo in chiave patriottica, si apriva la possibilità di sfruttare l’occasione per abbandonarsi al più sfacciato revanscismo nazionalista. Furono soprattutto gli esponenti di Alleanza Nazionale a soffiare a pieni polmoni nelle trombe delle rivendicazioni nazionalistiche. Va però sottolineato che trovarono non pochi appoggi anche al di fuori del proprio partito. Il senatore centrista Forlani espresse rammarico per il fatto che il provvedimento avesse natura esclusivamente morale, «perché la questione della restituzione dei beni e della riparazione economica non è stata mai affrontata con sufficiente efficacia»[28]. E così anche altri suoi colleghi. Il senatore Servello (AN) si lanciò in un’arringa in cui deprecava l’umiliazione inflitta agli esuli dai governanti dell’Italia post bellica, preoccupati solo di saltare sul carro del vincitore[29], e chiese quindi a gran voce due cose. Anzitutto, che il provvedimento non fosse solo simbolico, ma che si impegnasse a garantire un risarcimento per gli italiani esuli. In secondo luogo, invocava un’azione diplomatica decisa, che imponesse alla Slovenia di riconoscere la pulizia etnica ai danni degli italiani. Questa seconda richiesta era motivata dall’affermazione che si trattava di un atto dovuto, avendo l’Italia fatto onestamente i conti col proprio passato:

la questione della restituzione agli esuli o ai loro eredi dei loro beni confiscati dal regime di Tito […] un atto riparatorio che non risarcirebbe certo la nostra gente delle tante angherie e umiliazioni subite, ma sarebbe almeno un atto di giustizia che i tanti anni passati da quei dolorosi fatti non rendono inutile. […] l’Italia ha fatto fino in fondo il suo dovere. Ha riconosciuto onestamente e umilmente i torti arrecati agli altri popoli. Ma la riconciliazione e il pentimento non possono essere atti a senso unico. Anche i paesi che hanno causato ingiuste sofferenze alla nostra gente devono fare la loro parte, [perché] l’Italia non ha più nulla da farsi perdonare. E proprio per questo non deve dimenticare[30].

Anche queste rivendicazioni revanscistiche trovarono alfieri in ambedue gli schieramenti. Ad esempio il senatore Bordon, della Margherita, si disse preoccupato per il destino degli «italiani che sono rimasti in Slovenia e in Croazia e che hanno, anche loro, pagato»[31].

Soprattutto l’unione della seconda e della terza proposta Menia portò alla costruzione di una lettura della vicenda delle foibe e dell’esodo come fenomeni tra loro connessi in relazione causale stretta ed esclusiva. Nacque così la rappresentazione delle foibe come Shoah italiana.

Il primo passo verso la costruzione del mito del genocidio ai danni degli italiani passò attraverso la scelta delle fonti e degli studi sul tema. Nonostante lungo l’iter della legge fossero stati consultati anche studiosi imparziali[32], i sarti della veste scientifica della legge furono due studiosi di dichiarate simpatie fasciste: Luigi Papo[33] e Arrigo Petacco[34]. A sostegno della interpretazione delle foibe come strumento di Tito per pulire etnicamente le zone del Friuli, le cifre degli infoibati vennero gonfiate:

dopo molti anni di ricerche [Luigi Papo] ha contat[o] circa 17 mila [morti per infoibamento], tra cui messi e segretari comunali, pubblici impiegati e insegnanti [e ha affermato che] il presupposto […] di tali crimini è […] la pulizia etnica perpetrata contro gli italiani, […] l’odio verso gli italiani[35].

E Paolo Armaroli, deputato di Alleanza nazionale, si espresse allo stesso modo:

Arrigo Petacco, storico senza dubbio più vicino alla sinistra che alla destra, afferma che il fenomeno in esame si sostanziò di una vera e propria pulizia etnica posta in essere da Tito[36].

L’esodo era presentato quindi come la disperata fuga degli italiani di cui Tito voleva assolutamente disfarsi per ragioni etniche:

l’ondata di massacri che si abbatté sull’Istria, su Trieste e su Gorizia faceva parte di un disegno preordinato di pulizia etnica per spaventare e cacciare dalla Venezia Giulia la popolazione di lingua veneta italiana […] fu un disegno che si servì della retorica e della maschera dell’antifascismo come pretesto per ingannare l’opinione pubblica italiana e i Governi occidentali[37].

Una parte della sinistra cercò di opporsi sulla base della ricostruzione storica dei fatti[38]. Venne rifiutata l’affermazione che i «grandi esodi, da Fiume nel 1946 e da Pola nel 1947» potessero essere ascritti al timore di morire infoibati, in quanto più correttamente si trattò di una scelta politica di libertà, di non vivere in regime non-democratico come quello di Tito[39]. Ma, ancora una volta, si trattò di una lotta perdente. Il nesso causa-effetto tra i due eventi venne rivendicata con forza in primis dagli ex missini, con Menia in prima fila:

dalmati, istriani e giuliani furono costretti a scappare da territori appartenenti in passato geograficamente e politicamente all’Italia, a seguito della politica nazionalistica posta in essere da Tito [in quanto questi italiani furono] sottoposti ad una vera e propria pulizia etnica[40].

Tanta era la volontà di dimostrare questo nesso a prescindere da qualsiasi ricostruzione storica che risuonarono anche alcune affermazioni grossolane e palesemente errate, come nel caso del relatore al Senato per la seconda proposta Menia, Luciano Magnalbò. Secondo il senatore le foibe sarebbero state addirittura successive all’esodo:

trecentocinquantamila esuli italiani abbandonarono il territorio di Pola, Fiume e Zara, nonché di una parte delle province di Trieste e Gorizia, mentre altre migliaia, rimasti nelle loro terre di origine, hanno subito le persecuzioni anti-italiane del regime di Tito, sono stati torturati e uccisi nelle foibe[41].

Questa ricostruzione vittimistica e auto-assolutoria delle foibe sfociò infine in un grottesco parallelo con la Shoah. In questo modo, trovava sanzione la retorica gratificante e auto-assolutoria del mito del bravo italiano, presentato come vittima degna di stare accanto alla vittima per eccellenza della Seconda guerra mondiale. Inoltre, essa era funzionale a una visione post-ideologica, che mirava a sostenere l’assoluta equivalenza degli opposti totalitarismi, quello nazista e quello comunista. Significativamente, da quest’equivalenza era però escluso il fascismo, fenomeno descritto come semmai paternalista ma non dispotico, né sanguinario.

Ennesima prova di quanto profondamente questo genere di retoriche si fosse radicato all’interno della società, il parallelo con la Shoah fu evocato sia dalla destra sia dalla sinistra. La Shoah fu infatti richiamata come naturale riferimento dal relatore diessino della proposta Di Bisceglie alla Commissione Affari esteri, Marco Pezzolini:

è importante che il Parlamento, dopo aver riconosciuto l’olocausto compiuto ai danni degli ebrei e la successiva diaspora, ed apprestandosi ad approvare una proposta di legge che prevede l’istituzione di un fondo a favore delle vittime del nazismo, conceda un riconoscimento anche ai congiunti delle vittime delle foibe[42].

Negli stessi termini si espresse l’instancabile promotore, Menia che, «pur senza voler contrapporre nulla a nulla», ricordava come il suo gruppo avesse votato unanimemente a favore dell’istituzione della giornata in memoria della Shoah; quindi – diceva – il provvedimento sulle foibe avrebbe meritato altrettanta condivisione, in quanto volto «semplicemente ridare una memoria che manca a questo popolo»[43]. Alla fine, l’equivalenza fra la vicenda delle foibe e la Shoah trovò qualcuno che l’affermasse esplicitamente. Nel corso della seduta del 16 marzo, il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni affermò:

quali le differenze tra chi è responsabile di queste uccisioni di massa e i campi di sterminio? Non c’è alcuna differenza[44].

Una considerazione conclusiva

L’attenzione quasi ossessiva per il ricordo («memoria-mania»), che tende a narrare il passato in termini patetici, è un fenomeno paneuropeo[45]. Come lo è la tendenza alla rappresentazione auto-vittimistica e, soprattutto, a istituire paragoni con la Shoah (processi di «olocaustizzazione»)[46]. Il caso dell’uso pubblico delle foibe si inserisce quindi in un contesto più vasto, pur presentando caratteri propri, in quanto parte di un profondo processo di revisione della memoria pubblica collettiva iniziato a metà degli anni Settanta che ha coinvolto soprattutto l’identità anti-fascista.

Il ricordo pubblico ufficiale di foibe ed esodo ha assunto nell’ultimo ventennio due caratteri ben definiti, informando l’uso pubblico del passato a retoriche nazionalistiche e vittimistiche[47]. Questi due caratteri, che hanno riscosso e riscuotono il consenso pressoché unanime delle forze politiche, è però insidioso, in quanto rischia di deformare in modo preoccupante la verità storica.

Attorno alla celebrazione delle foibe e dell’esodo è coagulato un nazionalismo revanscistico e sciovinista. Questo è abbastanza facilmente comprensibile se si tiene conto che tra i massimi promotori politici del riconoscimento ufficiale ci sono stati gli ex missini, che hanno attinto a piene mani da narrazioni anti-antifasciste e finanche esplicitamente neofasciste[48]. In questo modo, la commemorazione è diventata il paravento per tentativi di riabilitazione dei fascisti, in quanto patrioti che hanno difeso i confini orientali contro l’orda slava.

Questa caratteristica della legge possono portare a vere e proprie manipolazioni della verità storica, sostituita da una “verità per legge”. Due esempi eloquenti in questo senso sono i tentativi fatti di riabilitare Paride Mori e Vincenzo Serrentino.

Paride Mori fu ufficiale nel Battaglione Mussolini e venne erroneamente e con malizia (almeno da parte di qualcuno) spacciato per una vittima innocente degli infoibamenti, benché ucciso in uno scontro a fuoco coi partigiani titini il 18 febbraio 1944. Nel luglio del 2010 il comune di Traversetolo, guidato da una giunta di centro-sinistra, gli dedicò una via, suscitando non poche reazioni che, dopo qualche tentennamento del sindaco, riuscirono a far ritirare l’intitolazione[49]. Tuttavia, cinque anni dopo, sempre facendo leva sul preteso patriottismo di Mori, la commissione preposta per l’assegnazione dei riconoscimenti agli infoibati decise di assegnargli una medaglia «in riconoscimento del sacrificio offerto per la patria»; anche questa volta, soprattutto data anche l’eco nazionale che subito assunse il fatto, la rettifica ci fu[50].

Nel 2014, il comune di Jesolo propose di intitolare una via all’ultimo prefetto di Zara, Vincenzo Serrentino, fascista della prima ora e, in qualità di membro del Tribunale straordinario per la Dalmazia dal 1941, criminale di guerra. L’intitolazione suscitò reazioni negative ma anche manifestazioni di sostegno da parte di molti, tra cui l’associazione degli esuli, che organizzò una due giorni di incontri[51].

L’uso pubblico della storia (e in particolare la narrazione ufficiale della storia) è un’operazione necessariamente selettiva e quindi potenzialmente distorsiva. Il caso della legge sulla memoria delle foibe non fa eccezione. Anzi, esso si presenta come un’importante occasione per riflettere sul rapporto tra storia, identità storica, memoria, comunicazione pubblica della storia e ruolo (e doveri) degli storici.

Marco Bernardi (Cuneo, 1989) è uno storico italiano. Dopo la laurea in Storia presso l’Università degli Studi di Torino, con una tesi sull’uso pubblico della storia, consegue il Dottorato di Ricerca presso la Scuola di Studi Storici di San Marino, con una public history sulla trasmissione della memoria di fascismo e guerra civile a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Una disamina di  contenuti e forme retoriche, attraverso cui i media hanno trasmesso e ricostruito la memoria collettiva, un interessante esempio di come i processi di mutamento sociale siano parte integrante di cambiamenti nel discorso e come questi cambiamenti possano avere effetti sull’evoluzione sociale stessa. Da alcuni anni insegna in un istituto superiore di Granda, nella provincia di Cuneo.

Note
[1] Per un inquadramento dell’uso pubblico del passato fascista, si veda: F. FOCARDI, Il passato conteso. Transizione politica e guerra della memoria in Italia dalla crisi della prima Repubblica ad oggi, in F. FOCARDI, B. GROPPO (a cura), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Roma, Viella, 2013, pp. 51-90; A. MATTIOLI, «Viva Mussolini!». La guerra della memoria nell’Italia di Berlusconi, Bossi e Fini, Milano, Garzanti, 2011; J. FOOT, Fratture d’Italia, Milano, Rizzoli, 2009, pp. 96-371; S. PIVATO, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Roma-Bari, Laterza, 2007; F. FOCARDI, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2005; S. LUZZATTO, La crisi dell’antifascismo, Torino, Einaudi, 2004.
[2] Si veda: G. DE LUNA, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2011.
[3] Va detto che il processo di autoassoluzione non è un’esclusiva italiana. Per una ricostruzione di questa dinamica a livello europeo, si veda: T. JUDT, The Past is another Country. Myth and Memory in Postwar Europe, in I. DEÀK et al. (a cura), The Politics of Retribution in Europe. World War II and its Aftermath, Princeton, Princeton University Press, 2000, pp. 293-323. Per una ricostruzione del caso italiano, si veda: F. FOCARDI, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2013.
[4] La letteratura sul tema è vastissima. Si veda almeno: F. CACCAMO, L. MONZALI, (a cura), L’occupazione italiana della Jugoslavia, 1941-1943, Firenze, Le Lettere, 2008; E. GOBETTI, L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia, 1941-1943, Roma, Carocci, 2007; C. DI SANTE (a cura), Italiani senza onore. I crimini in Yugoslavia e i processi negati (1941-1951), Verona, Ombrecorte, 2005; C. S. CAPOGRECO, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista. Torino Einaudi, 2004. Sul razzismo antislavo degli italiani, si veda: M. VERGINELLA, Antislavismo, razzismo di frontiera?, in «Aut Aut», n. 349, 2011, pp. 30-49. E. COLLOTTI, Sul razzismo antislavo, in A. Burgio (a cura), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 33-61.
[5] Un esempio di questi tentativi bipartisan in favore di un accantonamento del paradigma antifascista è rappresentato dalle parole pronunciate dall’allora Presidente della Camera, Luciano Violante, nel suo discorso d’insediamento (9/05/1996). In tale circostanza, egli sostenne la necessità di «sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà», Atti Parlamentari, XIII Legislatura, Resoconto stenografico seduta della Camera, 9/5/1996, p. 2.
[6] Il primissimo tentativo in questo senso fu un convegno organizzato dall’Università di Trieste, Democrazia e identità nazionale: riflessioni dal confine orientale (14/03/1998), che diede luogo poi a una pubblicazione: L. VIOLANTE, G. FINI, Democrazia e identità nazionale. Riflessioni dal confine orientale, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 1998.
[7] La proposta Menia, presentata il 19 giugno 1996, giacque a lungo in uno stato di immobilità, giustificato dagli esponenti della maggioranza proprio dall’attesa di un annunciato provvedimento simile da parte di Di Bisceglie (giunta 1/02/2000, N. 6724), in modo da permetterne un’analisi congiunta. Questa proposta ricalcava (anche testualmente) quella di Menia, apportando alcune modifiche: circoscriveva geograficamente e temporalmente il fenomeno delle foibe; indicava come aventi diritto al riconoscimento anche i partigiani integrati nelle formazioni titine e al tempo stesso escludeva chi aveva collaborato con le forze tedesche e con «formazioni che tennero un comportamento efferato contro gli antifascisti e la popolazione civile e/o praticarono la delazione ai danni di resistenti e dei cittadini di origine ebraica» (art. 1.3.); ampliava il numero dei membri della commissione preposta al riconoscimento (comunque ancora quasi totalmente composta da politici); cancellava la cerimonia annuale per il conferimento delle targhe, di cui modificava la frase commemorativa.
[8] Atti parlamentari, XIII legislatura, Proposta di legge N. 1563, 1996, p. 1.
[9] I tentativi di “de-nazionalizzare” la Resistenza erano in effetti uno degli argomenti classici della polemica anti-antifascista del neofascismo. Sull’argomento si veda: F. GERMINARIO, L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 91-131.
[10] Sulla questione delle foibe come genocidio, si veda: P. BALLINGER, Exhumed Histories. Trieste and the Politics of (Exclusive) Victimhood, in «Journal of Balkan and Near Eastern Studies», n. 6, 2004, pp. 145-159; ID., Who defines and remembers genocide after the Cold War? Contested memories of partisan massacre in Venezia Giulia in 1943-1945, in «Journal of Genocide Research», n. 2(1), 2000, pp. 11-30.
[11] La letteratura sulle foibe è ormai enorme. Si veda almeno: P. PALLANTE (a cura), Il giorno del ricordo. La tragedia delle foibe, Roma, Editori Riuniti, 2010; G. BARACETTI, Foibe. Nationalism, Revenge and Ideology in Venezia Giulia and Istria, 1943–5, in «Journal of Contemporary History», n. 44(4), 2009, pp. 657-674; J. PIRJEVEC, Foibe. Una storia d’Italia, Torino, Einaudi, 2009; R. PUPO, R. SPAZZALI, Foibe, Milano, Mondadori, 2003.
[12] Atti parlamentari, XIII legislatura, Proposta di legge N. 1563, 1996, p. 2.
[13] Anche la parziale correzione a questa patente mancanza di competenze, contenuta nel paragrafo successivo, intendeva in realtà ribadire il carattere politico della valutazione dei fatti, in quanto «la commissione nell’esame delle domande deve avvalersi dell’opera e del parere consultivo di esperti scelti fra istriani, giuliani e dalmati, segnalati dalle rispettive associazioni degli esuli (art. 3.2)».
[14] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 4/2/2004, p. 115.
[15] Il provvedimento fu approvato con una larghissima maggioranza (318 voti a favore e 17 astensioni), in quanto solo i deputati di Rifondazione comunista scelsero di non partecipare al voto per protesta contro un provvedimento che, «seppur modesto e irrilevante sul piano degli effetti giuridici, offende lo spirito della resistenza democratica e repubblicana e tradisce l’essenza della Costituzione», come dichiarò Francesco Giordano (Atti parlamentari, XIII legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 6/3/2001, p.19). Il provvedimento venne quindi trasmesso al Senato (S5035) nella seduta notturna del 6 marzo, ma qui, in sede deliberante della I Commissione permanente (Affari costituzionali), dopo aver incontrato i pareri favorevoli della Commissione Istruzione pubblica e dei beni culturali (Atti parlamentari, XIII legislatura, VII Commissione permanente Senato (Istruzione pubblica e beni culturali), 2001) e della Commissione Bilancio (Atti parlamentari, XIII legislatura, V Commissione permanente Senato (Bilancio e tesoro), 2001) venne respinto nell’ultimo giorno di legislatura (Atti parlamentari, XIII legislatura, I Commissione permanente Senato (Affari costituzionali), 2001).
[16] Come nel caso dell’esclusione di «coloro che sono stati soppressi […] mentre facevano volontariamente parte di formazioni non al servizio dell’Italia», riproposta identica (art. 1.3) o della dedica iscritta sulla targa, nuovamente «Per l’Italia» (art. 4.2).
[17] La proposta recava le firme di cento onorevoli, quasi tutti di AN, qualche forzista, un esponente dell’UDC e un unico deputato dell’opposizione, membro della Margherita. L’elenco dei firmatari: Menia Roberto, La Russa Ignazio, Airaghi Marco, Alboni Roberto, Amoruso Francesco Maria ,Anedda Gian Franco, Armani Pietro, Arrighi Alberto, Ascierto Filippo, Baldi Monica, Barbieri Emerezio (UDC), Bellotti Luca, Benedetti Valentini Domenico, Bocchino Italo, Bornacin Giorgio, Briguglio Carmelo, Buontempo Teodoro, Butti Alessio, Camo Giuseppe (Margherita), Cannella Pietro, Cardiello Franco, Carrara Nuccio, Caruso Roberto, Castellani Carla, Catanoso Basilio, Cirielli Edmondo, Cola Sergio, Conte Giorgio, Conti Giulio, Coronella Gennaro, Cossiga Giuseppe, Cristaldi Nicolò’, Delmastro Delle Vedove Sandro, Fasano Vincenzo, Fatuzzo Fabio, Ferro Massimo Giuseppe, Fiori Publio, Foti Tommaso, Fragalà Vincenzo, Franz Daniele, Gallo Giuseppe, Gamba Pierfrancesco Emilio Romano, Garnero Sanatanché Daniela, Geraci Giuseppe, Ghiglia Agostino, Giorgetti Alberto, Gironda Veraldi Andrea, La Grua Saverio, La Starza Giulio Antonio, Lamorte Donato, Landi Da Chiavenna Gian Paolo, Landolfi Mario, Leo Maurizio, Lisi Ugo, Lo Presti Antonino, Losurdo Stefano, Maceratini Giulio, Maggi Ernesto, Malgieri Gennaro, Mancuso Gianni, Marinello Giuseppe Francesco Maria, Martini Luigi, Mazzocchi Antonio, Meroi Marcello, Messa Vittorio, Migliori Riccardo, Milanese Guido, Mussolini Alessandra, Napoli Angela, Nespoli Vincenzo, Nuvoli Giovanni Paolo, Onnis Francesco, Orsini Andrea Giorgio Felice Maria, Paolone Benito, Patarino Carmine Santo, Pepe Antonio, Perlini Italico, Perrotta Aldo, Pezzella Antonio, Porcu Carmelo, Raisi Enzo, Ramponi Luigi, Riccio Eugenio, Romoli Ettore, Ronchi Andrea, Rositani Guglielmo, Russo Antonio, Saglia Stefano, Saia Maurizio, Scalia Giuseppe, Selva Gustavo, Serena Antonio, Stagno D’Alcontres Francesco, Sterpa Egidio, Strano Antonio, Taglialatela Marcello, Trantino Enzo, Tucci Michele, Villani Miglietta Achille, Zaccheo Vincenzo, Zacchera Marco.
[18] Atti parlamentari, XIV legislatura, Proposta di legge N. 1874, 2001. La sinistra si indignò per le parole di elogio alla X Mas e al Battaglione M. Ci fu chi rispose denunciando gli «orrori di guerra» di questi corpi, ritenendo irricevibile e scandalosa la richiesta di un loro riconoscimento da parte della Repubblica (Atti parlamentari, XIV legislatura, I Commissione permanente (Affari costituzionali), 5/3/2003; Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 16/3/2004 03, pp. 8-11, 21, 30; Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 11/3/2004, pp. 43-45, 51-52; Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 4/2/2004, pp. 111). Vennero denunciate la neppure tanto celata strumentalità di un simile provvedimento e la volontà di mistificare la realtà dei fatti (Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 2/4/2004, pp. 106). Tali critiche si concretizzarono nell’emendamento 1.8.alla proposta Menia, a firma di Tiziana Valpiana (RC) e Graziella Mascia (RC), che sostituì le parole «non a servizio dell’Italia» con «militari, paramilitari e civili, che agivano in contrapposizione alle forze di Liberazione dal nazifascismo» (Atti parlamentari, XIV legislatura, I Commissione permanente (Affari costituzionali), 1/4/2003).
[19] Atti parlamentari, XIV legislatura, Proposta di legge 3661, 2003.
[20] Va però detto che non mancò anche chi cercò, pur invano, di opporsi a una simile ricostruzione, provando a contenere la deriva e dotare la legge di una maggior sensibilità e rigore storici. Ad esempio Rosanna Moroni, di Rifondazione Comunista, denunciò come dietro quell’interpretazione patetica si celasse un intento antistorico capace di riabilitare il fascismo e ottundere la realtà dei fatti: «non si tratta davvero di negare rispetto e memoria alle vittime innocenti – furono molte – di ritorsioni brutali e di uccisioni efferate: si tratta di impedire che queste vittime siano in qualche modo dolorosamente affiancate ed equiparate agli aguzzini, […] di impedire una operazione di revisionismo storico tentata da tempo, che ha trovato sorprendenti e forse involontari complici in donne e uomini di sinistra, che, in nome di un’idea sbagliata di pacificazione nazionale, si sono prestati ad accreditare le tesi che confondono soggetti distinti nettamente e nitidamente dalla storia: da un lato, gli aguzzini e, dall’altro, le vittime.», Atti parlamentari, XIII legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 6/1/2001, p. 71. Si vedano anche gli interventi di Maria Celeste Nardini (Ivi, p. 75) e Di Bisceglie (Ivi, p. 66)
[21] Atti parlamentari, XIII legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 12/2/2001, p. 90.
[22] Atti parlamentari, XIII legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 1/3/2001, p. 72.
[23] Atti parlamentari, XIV legislatura, I Commissione permanente (Affari costituzionali), 26/2/2003.
[24] Atti parlamentari, XIV legislatura, XI Commissione permanente (Lavoro pubblico e privato), 29/4/2003.
[25] Ibid.
[26] Ibid.
[27] Atti parlamentari, XIV legislatura, I Commissione permanente (Affari costituzionali), 27/2/2003.
[28] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 16/3/2004, p. 7.
[29] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 11/3/2004, pp. 39-40.
[30] Ivi, p. 40-41.
[31] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 16/3/2004, p. 27.
[32] Raoul Pupo e Roberto Spazzali vennero sentiti dalla Commissione Affari costituzionali nel corso di un’audizione informale il 18/1/2000.
[33] L’obiettività di Papo venne contestata esplicitamente da alcuni deputati della sinistra: «L’onorevole Menia – dichiarò Rosanna Moroni – ha citato gli studi del professor Luigi Papo, che gonfia a dismisura il numero dei morti per sostenere la tesi del genocidio programmato a danno degli italiani. Non ho niente di personale contro il professor Papo, ma sinceramente credo che assumere un atteggiamento neutro e distaccato sia difficile per chi – come lui – proviene dall’esperienza del fascismo e del collaborazionismo giuliano ed è stato membro della Repubblica sociale. Altri storici, di varia collocazione politica, che hanno approfondito in modo rigoroso e imparziale le vicende della Venezia Giulia e che non sono neppure comunisti (si tranquillizzi chi pensa altrimenti) concordano tutti (lo sottolineo: tutti) nel negare alla radice l’esistenza di progetti di eliminazione di massa fondati sull’appartenenza alla nazionalità italiana. Concordano, invece, tutti sulla complessità della vicenda storica indicata sommariamente con la parola “foibe” e ci forniscono un quadro articolato, come spesso avviene per le vicende umane, storiche e non […]». Atti parlamentari, XIII legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 1/3/2001, pp. 69-70.
[34] Il testo cui con ogni probabilità fecero riferimento i deputati e i senatori della destra è A. PETACCO, L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Milano, Mondadori, 1999.
[35] Atti parlamentari, XIII legislatura, III Commissione permanente (Affari esteri), 22/3/2000. La cifra è attinta da: L. PAPO DE MONTONA, Albo d’oro. La Venzia-Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale, Trieste, Unione degli istriani, 1995.
[36] Atti parlamentari, XIII legislatura, I Commissione permanente (Affari costituzionali), 12/5/1999.
[37] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 16/3/2004, p. 50.
[38] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 4/2/2004, p. 112.
[39] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 16/3/2004, p. 12.
[40] Ibid.
[41] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 4/3/2004, p. 4.
[42] Atti parlamentari, XIII legislatura, III Commissione permanente (Affari esteri), 16/3/2000. Questo parallelo venne smentito da molti membri del suo stesso schieramento in sede di dibattimento nelle aule. Si possono, in questo senso, citare a titolo d’esempio due interventi. La deputata di Rifondazione Comunista Moroni affermò: «Questo è quello che da tempo la destra neofascista tenta di fare, […] negare le differenze che hanno caratterizzato le parti avverse nel conflitto più aspro e tragico di questo secolo, utilizzando ogni mezzo, anche quello di mettere foibe ed Olocausto sullo stesso piano, nonostante la storia ci confermi l’unicità, l’incomparabilità della Shoah», Atti parlamentari, XIII legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 12/2/2001, p. 102. Il deputato diessino Alessandro Maran si espresse nel medesimo senso: «l’intento è di conferire al fenomeno delle foibe una dimensione metastorica. Il genocidio degli italiani riecheggia, infatti, l’Olocausto degli ebrei a Auschwitz. Il risultato è di pareggiare i conti con le responsabilità del fascismo rispetto allo sterminio nazista, rilevando la pari, se non superiore, violenza del comunismo» (Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 4/2/2004, p. 109.
[43] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Camera, 4/2/2004, pp. 113-114.
[44] Atti parlamentari, XIV legislatura, Resoconto stenografico seduta Senato, 16/3/2004, p. 5.
[45] Sul tema si veda: S. MACDONALD, Memorylands. Heritage and Identity in Europe Today, London-New York, Routledge, 2013.
[46] Sul tema si veda: E. HAHN, H. H. HAHN, The Holocaustizing of the Transfer Discourse. Historical Revisionism or Old Wine in New Bottles?, in M. KOPEČEK (a cura), Past in the Making. Recent History Revisions and Historical Revisionism in Central Europe after 1989, Budapest, Central European University Press, 2008, pp. 39-55.
[47] E ciò non vale solo per il caso qui preso in esame, ma anche per le politiche museali e per la maggior parte delle rappresentazioni mass mediatiche, come nel caso del TV-film Il cuore nel pozzo. Sulle prime, si veda: R. Altin, N. Badurina, Divided memories. Istrian exodus in the urban space of Trieste, “Časopis za suvremenu povijest”, 2017, 49(2); sullo spettacolo, si veda: S. C. Knittel, Memory Redux: the Foibe on Italian Television, “The Italianist”, 2014, 34(2), pp. 170-185; M. Buonanno, Italian TV-Drama and Beyond. Stories from the Soil, Stories from the Sea, Intellect, Bristol 2012, pp. 216-221.
[48] Forse la prima occasione in cui quest’universo di contro-narrazioni ricevette un’eco mediatica nazionale e in un certo modo ufficiale fu la trasmissione radiofonica La voce dei vinti (in onda su Radio3, 6/02-25/03/1996), condotta da Sergio Tau, che raccolse le testimonianze di 64 tra reduci e ausiliarie della RSI. Nel 2000 le registrazioni vennero trascritte da Gian Carlo Piazza mantenendone il titolo, e attualmente sono conservate all’Insmli.
[49] Una ricostruzione dei fatti è reperibile nelle pagine locali parmigiane de «la Repubblica» online: Marco Severo, Paride Mori, fascista di Salò. E la sinistra gli dedica una strada, 16/7/2010; Marco Severo, Traversetolo, il sindaco cambia idea. La via non sarà più intitolata a Mori, 18/7/2010, Andrea Mori, Traversetolo. “Dedicate una via a un altro Mori, quello partigiano”, 23/7/2010.
[50] ELEONORA CAPELLI, Onori al repubblichino, interviene il governo, in «la Repubblica», 16/3/2015, pp. 1; Dal governo medaglia al merito al repubblichino. «Pronti a ritirarla», in «Corriere della sera», 16/3/2015, p. 20.
[51] G. CAGNASSI, Il “no” dell’Anpi a via Serrentino, in «La Nuova di Venezia e Mestre», 3/10/2014, p. 44. Sullo spettacolo in questione e sul libro a cui si ispira, si veda: A. MARTOCCHIA et al., Da Sanremo alle foibe. Spunti di riflessione storica e culturale sullo spettacolo Magazzino 18, Udine, Kappa Vu, 2014.

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Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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