Greta e altre storie

Mi sta molto simpatica Greta, e soprattutto trovo che abbia ragione, tutte le ragioni per protestare e chiedere conto al mondo della politica internazionale e al mondo degli adulti sulla questione climatica.

Che Greta protesti, che i suoi coetanei protestino è sacrosanto. Provo orrore per un vecchio depravato che la prende in giro.

Mi lasciano molto perplesso quelli che invece, adulti e navigati, si associano alla protesta, si accodano a Greta e fanno proprie le sue parole d’ordine. Non credo che la nostra generazione abbia più di tanto diritto di protestare per il clima. È, molto probabilmente, un modo per sciacquarsi la coscienza, un modo un bel po’ ipocrita, a mio parere. Come è un modo molto ipocrita di affrontare la situazione, quello di dare sempre la colpa a qualcun altro. Meglio che siano le multinazionali, le scie chimiche, big pharma, gli uomini in nero, gli omosionsti, qualcosa di irraggiungibile, insomma, di misterioso e troppo forte, ad essere colpevole dei mali del mondo, fra i quali troneggia, oggi, il riscaldamento globale.

Ma non è così. Siamo tutti, chi più chi meno, ma tutti responsabili di questo disastro. E più affrontiamo questo problema in modo approssimato, cercando le soluzioni che più ci aggradano, confondendo quello che ci piacerebbe che fosse con quello che invece è, più siamo colpevoli. Sì, perché è troppo facile rifugiarsi a sostenere soluzioni fantasiose, irrealizzabili e scientificamente insostenibili, invece di affrontare la realtà; è anche questo un modo molto ipocrita di non affrontare la questione, perché per affrontarla si dovrà inevitabilmente rinunciare a qualcosa, cambiare radicalmente qualche aspetto del nostro stile di vita. Certo a tutti piacerebbe curarsi con il limone e il bicarbonato e ottenere energia, cibo e acqua in modo gratuito e soprattutto pulito. Ma non è così, purtroppo.

Ma a quanto pare sono sempre gli altri ad avere torto, anche se sono gli esperti della materia, e a quanto pare sono sempre gli altri a dover rinunciare a qualcosa.

Del riscaldamento globale si sapeva già 40 anni fa. Gli scienziati avevano già previsto quello che sarebbe successo, osservando i dati di allora, sufficienti per inquadrare e capire il fenomeno. Ma non si doveva sapere. Naturalmente chi voleva informarsi lo faceva, lo poteva fare leggendo riviste scientifiche e pubblicazioni del settore, ma al di fuori di queste non veniva dato il minimo risalto a questa minaccia incombente. Sarebbe buffo, se non fosse tragico, rilevare che i primi a bloccare questo tipo di informazione siano stati i cosiddetti “verdi”, gli ecologisti da salotto, che, al tempo, dovevano combattere la diffusione dell’energia nucleare. Facendo un enorme favore (disinteressato?) a carbonai e petrolieri. E accelerando il riscaldamento del pianeta.

Tornando al problema in sé bisognerebbe fare alcuni assunti fondamentali:

  • Ogni forma di produzione di energia ha i suoi problemi di gestione, anche in questo caso se vi raccontano che un certo sistema è perfettamente adattabile e utilizzabile in tutte le circostanze, o non sanno di cosa parlano oppure vi prendono in giro, tertium non datur.
  • Tutti hanno (o, meglio, avrebbero) diritto ad una quantità di energia. E per tutti intendo gli abitanti del paese più ricco come quelli del paese più povero della Terra.
  • Il riscaldamento globale dipende dalle attività umane legate alla produzione e all’uso dell’energia. Con questo si intende produzione di energia elettrica, produzione di movimento (trasporto), produzione di calore e di freddo. Altre attività umane contribuiscono, ma in modo marginale.
  • Ogni forma di produzione di energia ha impatto sull’ambiente. Chi vi racconta che esistono energie “pulite” vi sta, come minimo, prendendo in giro. Ci sono modi di produrre energia che sono più impattanti di altri, o, meglio, impattano su aspetti diversi. Tutto sta a capire i rischi di ciascun sistema e gestirli al meglio.
  • Demandare le scelte sulle strategie energetiche alla popolazione è quanto di più antidemocratico e demagogico si possa fare. La democrazia è rappresentatività, soprattutto laddove occorrono basi scientifiche e tecniche per affrontare i problemi.

Ecco, fatte queste assunzioni, che non sono di principio ma dispongono di basi tecnico scientifiche molto solide, si può iniziare a vedere cosa possiamo fare per limitare i consumi.

Il mondo della scienza e della tecnica è continuamente in cerca di soluzioni che ottimizzano gli usi e i consumi di energia, e noi?

Possiamo consumare di meno. Possiamo privilegiare gli spostamenti in treno. Possiamo pretendere che i trasporti pubblici funzionino meglio, e per far questo dobbiamo rinunciare ad usare l’automobile quanto più possibile. Dobbiamo quindi evitare di protestare quando gli Amministratori prendono provvedimenti che favoriscono il trasporto pubblico e quando parallelamente prendono provvedimenti che limitano l’uso delle auto. A volte la realizzazione di una strada può essere una soluzione migliorativa per i consumi anche se va ad occupare uno spazio verde. Nel bilancio complessivo magari risulterebbe conveniente. Non deve esistere la protesta a priori e a prescindere. Tutti protestano su tutto perché è molto più facile aggregare consensi “contro” che “per”. E invece prima di protestare è necessario capire. Si protesta contro le pale eoliche, si protesta contro il geotermico, contro i treni, contro i tram, le corsie preferenziali e le piste ciclabili. E gli stessi che protestano poi, magari, vanno alla manifestazione sul clima, quella di Greta.

Anche nel quotidiano possiamo limitare i consumi, per quanto possibile, magari con semplici accorgimenti oppure rinunciando all’ennesimo inutile automatismo. E se è vero che la grande industria consuma enormi quantità di energia è anche vero che singolarmente per ottenere le stesse cose se ne consumerebbe un’infinità in più. Perciò è inutile demonizzare le multinazionali e il grande capitale. Almeno per questi aspetti. Perché l’industria senza i consumatori, morirebbe, e i consumatori siamo noi tutti, e se vogliamo possiamo influenzare le scelte dell’industria semplicemente orientando i consumi in un modo o in un altro. Ma occorre capire bene quello che si fa per non fare peggio, perché se tutti vogliamo mangiare biscotti a colazione, è giusto che i biscotti costino 2€ al Kg e non 30, ed è giusto che qualcuno ne ottimizzi la produzione riducendo enormemente l’impatto ambientale. Poi sulla distribuzione dei profitti ci sarebbe da dire, e molto, ma non in questo ambito.

Non bisogna poi farsi abbindolare dai messaggi pubblicitari. Non basta applicare il prefisso “bio” perché qualsiasi cosa si trasformi in sana e pulita. Il bio carburante è vero che limita la produzione di CO2, anche se per il resto inquina come il gasolio da sintesi petrolchimica, ma fintanto che per produrlo si deve impiegare il mais mi sembra inaccettabile, trovo improponibile sottrarre cibo agli esseri umani per far muovere le automobili.

*Emilio Santa Maria è ingegnere industriale, auditor per i Sistemi di Gestione dell’Energia (UNI CEI EN ISO 50001:2018), CTU presso il Tribunale di Roma per i settori impianti industriali, sicurezza impianti nucleari, macchine industriali, metallurgia e siderurgia.

Grande come una città
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Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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