Diario di un migrante

Ventimila battute sotto i mari
 
Diario di un migrante
 

 

Tirarlo fuori e farne un caso nazionale fu tutt’uno. L’attenzione sul terremoto non era calata. Anche dodici giorni dopo. E peggio e contemporaneamente fece meglio di Ahmed solo un gatto che fu capace di resistere sotto le macerie per quattro giorni ulteriori. Roba da Guinness dei primati.

In prospettiva però il gatto non avrebbe potuto essere intervistato, a differenza di Ahmed.

Siamo o non siamo il Paese dei record, ancorché negativi, in genere? E il Paese dei terremoti, anche.

Ahmed aveva le stimmate per essere un personaggio: siriano di madre yemenita. Inevitabilmente clandestino, casualmente terremotato. Non risultava né tra le vittime né tra i dispersi perché nessuno sapeva di lui, nessuno ne reclamava presenza o assenza. Non era catalogato. Non era in nessun elenco. Nulla in lui sapeva di nostrano, neanche la stupefazione di fronte a quel sordo rombo della terra, a quel formidabile scossone verificatosi nell’ora più scomoda. Quando mai sarebbe stato pronto anche lui, alle 3,36: “l’ora dei banditi”?

L’unico elenco in cui ora rientrava era, fortunatamente, quello dei vivi. Perché avrebbe dovuto trovarsi poi in quel lembo di terra sismico dell’alto Lazio era un autentico mistero. E come avesse fatto a resistere per tanti giorni, abbeverandosi di acqua piovana e nutrendosi del nulla poi…

Il giorno dopo non fu solo un numero aggiunto ai recuperati che ora quasi eguagliava quello delle vittime ma divenne anche una sorta di inno vivente alla solidarietà di cui erano capaci gli italiani. Risuonava quasi sotterraneo una sorta di borborigmo paesano che poi divenne nazionale e poi quasi planetario perché ne parlò anche il New York Times.

“Per te Ahmed non si apre una porta ma un portone, generosamente spalancato dagli italiani…”

Il frastuono mediatico attorno a lui ma da lui inizialmente solo silenzio, qualche sillaba in una lingua incomprensibile (che forse era dialetto). Un traduttore ad hoc venne chiamato da Brescia, membro di una cooperativa di migranti, loro sì perfettamente inurbati.

Dunque in quel turbinio d’interesse, che si doveva coniugare con le necessarie cure ospedaliere, fece in tempo a perdersi la visita del Presidente della Repubblica, del Papa, del Premier. L’Italia non lo aveva respinto, il terremoto non l’aveva voluto?

Però il suo caso era appetibile e ghiotta preda per gli inviati che si baloccavano con lo storytelling, era amo invitante per le trasmissioni televisive mattutine che, a volte, facevano rimpiangere la fissità del monoscopio degli anni ’60. Poteva persino essere merce di virulenta campagna elettorale sull’asse di equilibrio “razzismo sì     razzismo no”. Un direttore l’aveva certificato sparando a mitraglietta, sibilando una verità: “Ahmed è la notizia!”. E tutti i suoi invitati all’unisono avevano concordato con movimenti ritmici della testa. Placato l’estratto conto delle vittime e dei feriti gli inviati andavano alla caccia di storie. E questa era pronta e seducente. Non priva, metaforicamente, del suo peperoncino e della sua curcuma e anche di un odore fresco, selvaggio e, in parte inesplorato. Inversamente proporzionale ai suoi silenzi, alle sue pause, alle sue amnesie. Persino al suo pudore nel farsi amichevolmente accogliere da quei volti sconosciuti. Erano tutti potenziali follone di un twitter clandestino e sotto traccia.  

Il sottotesto degli italiani attoniti, terremotati e non, si poteva riassumere come segue, perdonate la genericità della parafrasi che così riassumiamo: “Vedete quello di cui siamo capaci. Non eravamo edotti della sua esistenza. Però i nostri bravi vigili del fuoco lo hanno salvato. E ora lo nutriamo perché metta su qualche chilo rispetto ai 45 riscontrati nel primo controllo ospedaliero. Il nostro presidente della Repubblica motu proprio ha deciso di non espellerlo dal Paese nonostante il suo status. Grazie agli articoli di giornale, alle interviste (sarà pure libero di vendersi l’esclusiva) potrebbe persino avere un futuro nel nostro paese, ammesso che avesse piacere a rimanerci (mica lo obblighiamo, per carità…)!”. Un taglio grossolano, c’erano anche sfumature più fini ma tant’è: il pensiero collettivo funzionava così.

Ahmed nelle more della tragedia aveva scoperto un fenomeno naturale in cui non si era imbattuto nel suo Paese. Si può immaginare una prossemica che riassuma la sua distanza spazio-temporale, psicologica ed emotiva, rispetto a quanto avvenuto in loco o l’astrazione è impossibile? Se fosse stato definibile lo scarto avrebbe fatto girare la testa a chiunque.

Le sciagure, le grandi tragedie, hanno il potere di affratellare perché quando i superstiti si ritrovano attendati come in un campo profughi sono pronti alla domanda fondamentale. A cui possono rispondere solo loro che vivono quella situazione.      E lo straniero che aveva salvato la pelle non riscattava forse l’eguaglianza ritrovata rispetto agli italiani che ce l’avevano fatta? E casualmente come lui, forse per un dono del cielo. Una grande generale livella pareggiava le differenze in quel campo di soccorso.

“C’è qualcosa di più importante della vita?”

Quanto valgono le infinite cose che ho lasciato sotto le macerie? Avevano un senso e perché per tanti anni ho pensato di non poterne fare a meno? Perché non lasciare le cose prima che le cose lasciano noi? E se siamo bianchi, neri, meticci, un po’ gialli. Cosa conta? Per i giornali questa era una storia “nera”, condita di nero. Un colore a tinta forte, inequivocabile. Ma il lutto, non la gioia affratella. Dopo un po’ passa però. Nella testa di Ahmed c’era soprattutto un gran senso di confusione e di attesa per il futuro.

I terremotati riprenderanno ad accumulare oggetti, cose, persone o avranno per sempre memoria di quella scossa decisiva, di quello strappo irreversibile nella loro vita? Quel loro nuovo “essere” cancellerà per sempre “l’avere”? Quando si parlava della ricostruzione sarebbe sembrato di “no”. Invece Ahmed saltava a piè pari Fromm. Che avere poteva avere? Era tutto essere. Ovviamente. O quello che ne restava.

Due ore dopo il suo ritrovamento il Presidente del Consiglio aveva twittato: “L’Italia sa fare miracoli”. Sarà un caso che uno degli ultimi della terra sia stato ritrovato per ultimo? Solo perché nessuno aveva idea di dove cercarlo (un albergo, un’abitazione, una casa vacanze). Evidentemente non perché è stato salvato per ultimo un corpo anonimo che ansimava sotto il cemento.

Per molti giorni Ahmed non avrebbe saputo dirci perché si trovava in Italia, alimentato da una sonda mentre un’equipe di medici si affastellava attorno al suo capezzale. Per una serie di ragioni molteplici. Per farlo ristabilire, per studiarlo. Era come un parto sputato dalla terra per germinazione spontanea. Per qualcuno “un rifiuto dell’umanità senza radici”. Si poteva scrivere che era un essere umano come un potente della terra? Come Obama, come Putin, come Schauble? Questi personaggi avrebbero mai saputo della sua esistenza in vita? Avrebbero mai fatto una legge che ne proteggesse la vita e il suo diritto alla sopravvivenza? E in definitiva cosa era Ahmed: un clandestino, un migrante, un rifugiato per motivi politici, un terrorista? O forse un ostaggio del sistema? Già, perché, per la verità, dopo un primo momento d’imbarazzo dove il senso d’umanità aveva prevalso, il Ministero dell’Interno mosse i servizi di sicurezza per escludere a priori che il soggetto rinvenuto sotto le macerie fosse un miliziano dell’Isis. E se fosse stato solo un essere umano? Non molti erano pronti a prendere in considerazione questa ipotesi.

Per la cronaca nel calcolo anagrafico Ahmed divenne una statistica: divenne il migrante n. 158.445 del Belpaese ormai ex.

Ahmed aveva una fibra forte e non fu mai realmente in fin di vita. Ma il rapido trasferimento al Pronto Soccorso di Rieti e poi a un reparto specializzato permise subito di constatare un’assoluta particolarità del suo fisico. Aveva un rene di meno. Si può vivere anche senza un rene. Si può vivere anche senza la milza. Ma come si vive? Dove l’aveva lasciato quel rene? E può un uomo fresco di operazione resistere a quel disastro sismico-geologico?

La particolarità lo fece tornare sulle prime pagine dei quotidiani. Si mise in moto un fenomeno irreversibile. Un articolo sul Corriere della Sera scatenò la concorrenza di Repubblica. E così come nella catena di montaggio dell’informazione tutti gli altri quotidiani nazionali seguirono a ruota rinfrescando con qualche particolare (si può parlare di “colore”?)      una storia che prometteva di avere un seguito. Ahmed era chiaramente uno spunto, un personaggio, un’Odissea personalizzata. E passava come una palla da biliardo da un programma all’altro. Identificato da un app che permetteva di rintracciarlo con un clic. Terremotato digitalizzato. Più che lui in persona, la sua storia.

Si meritò persino un articolo di Saviano che si produsse in una spericolata scorribanda storica (“Da      I dannati della terra     di Frantz Fanon alla storia di Ahmed”). E questo senza che lui avesse ancora pronunciato una sola parola. La Lega lo ignorò. Da un certo punto di vista mediaticamente era un intoccabile.

Un testimone muto del nostro tempo. Un ministro senza portafoglio in un paese che aveva bisogno di eroi, meglio se inconsapevoli.

Ma poi Ahmed, parlò. Ah, come se parlò. Ed è come se una doccia gelata fosse versata sulla cultura occidentale, sui perbenismi, sui nostri conti in banca, sul nostro quieto vivere e sul nostro perbenismo, sulla nostra seppellita memoria di migranti. Del passato ma anche del presente.

L’interprete fu costretto a rimanere nei luoghi del terremoto, debitamente imbonito da giornali, televisioni, radio. A quel punto del terremoto si continuò a parlare solo in funzione di Ahmed. Era diventata argomento più interessante la ricostruzione e la valorizzazione del Pil. In attesa del successivo inevitabile terremoto, magari ancora in quella zona sismica, ancora ricca di miasmi.

Il bollettino sanitario sulle sue condizioni di salute divenne la messa cantata di quel grande condominio pettegolo che è l’Italia. Esagerarono i social network nel Paese in cui è importante esagerare.

Change.org sulla scia dell’input del Presidente della Repubblica, lanciò una petizione: “Troviamo un lavoro per Ahmed!”. Senza chiedersi a lui che per uno scherzo del destino era ancora vivo, quantunque con un rene mancante.

E si fecero vive piccole e medie imprese che sgomitavano per aggiudicarsene le competenze, senza sapere se ne avesse almeno una e quale fosse. E se Ahmed volesse realmente lavorare o, quanto meno, rimanere in Italia. Il paese che lo aveva sepolto

Quando Ahmed ormai aveva ripreso un aspetto da essere umano e pesava 52 chili, pur alle prese con una lenta ripresa e una nutrizione normale, i riflettori furono definitivamente puntati sul suo racconto.

“Ho lasciato il mio paese perché la mia famiglia non esiste più. E senza un lavoro che motivo avevo per viverci? Il viaggio in occidente costava molto. Fossi stata una donna avrei venduto senza problemi il mio corpo. Da uomo potevo vendere un organo. C’è un prezzario per ogni organo possibile. Anche da voi è così? Io penso che c’è tanta miseria che qualcuno può vendersi il cuore. Si, perdere la vita per salvare madre, padre, figlio, moglie. Tra i vari organi possibili quello che valeva il viaggio era il rene. No, non sono state usate molte precauzioni. L’ospedale era bombardato. Tutto è stato molto rudimentale. Quando sono stato in condizione di partire ho fatto la traversata. Sono sbarcato a Crotone. Volete sapere il nome di chi ha comprato il mio rene? Posso dirvi anche il nome di chi ora vive con il mio rene? Non v’interessa, non potete farci niente? Ah, capisco. Volete sapere perché mi trovavo sul luogo del terremoto? Sono risalito dall’Adriatico fino ad Ascoli. Avevo finito i pochi soldi che avevo e volevo raggiungere Roma. Mi avevano detto che nella capitale in qualche modo si vive, ci vivono in tanti come me… E dunque ero a piedi. Perché a Roma? Beh lì c’è una persona che ha detto che può darmi tremila euro per un pezzo di fegato, che l’organo si rigenera. Ed è la stessa persona che ha fatto da tramite per la mia traversata. Si, è italiano come voi… Secondo voi è vero, posso farcela anche se sono scuro di pelle?”

Grande come una città
Grande come una cittàhttps://grandecomeunacitta.org
Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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