C’era due volte LiberAria Editrice

Quella di LiberAria è la storia tutta personale di una bambina che a tre anni e mezzo (così narra la leggenda materna) ha iniziato a leggere da sola giocando con uno di quegli alfabeti componibili fino a che non ha scritto e letto autonomamente la parola mare. Quell’epifania evocativa tra lettere suoni e immagini condusse la bambina a uscire da una preistoria domestica costituita essenzialmente da pittogrammi, per riversare tutta la sua attenzione verso quel congegno magico che sono le parole dando così vita al suo personale codice di leggi: leggi.

La situazione ben presto le sfuggì di mano, perché la bambina prese a leggere tutto ciò che di stampato incontrassero i suoi occhi: libri fumetti cartelloni pubblicitari ricette scontrini ed etichette dello shampoo. Ben presto la bambina iniziò a portarsi dietro una borsa a tracolla piena di libri e fumetti, che le valse il soprannome di postina, e la sua giornata fu scandita da un’unica occupazione: leggere. Appena sveglia, a colazione, a scuola, a tavola, in macchina, al ristorante, nei parcheggi alle luci dei fari delle macchine, per strada con la testa china sul libro aperto come un piccolo don Abbondio col breviario, per fortuna tenuta per l’altra mano dal genitore di turno.
Crescendo quella mania della lettura non l’abbandonava tanto che, subito dopo il liceo, la bambina mostrò tutta la lungimiranza che notoriamente i libri conferiscono a chi li legge lasciando la facoltà di medicina (in una famiglia composta per tre quarti da medici) per quella ben più concreta di lettere. I libri no, non potevano essere solo una passione, dovevano essere qualcosa di più ma non era ben chiaro cosa. Seguirono un dottorato all’Università e la SSIS, la scuola per diventare docente, e nel 2009 la bambina, che ormai potremmo azzardare a definire una ragazza, si ritrovò, a suo dire, disoccupata.

Quello che della ragazza ancora non si sa, è che era nata nel tacco d’Italia, in Puglia, dove in quegli anni un governatore illuminato di nome Niki Vendola aveva ridestinato i fondi europei del Fesr per finanziare due progetti in favore dei giovani: Bollenti Spiriti, borse di studio per master in Italia e all’estero, e Principi Attivi, finanziamenti a fondo perduto per start up ad alto valore innovativo.
La ragazza ormai giovane donna decise dunque di provare a realizzare il suo sogno di bambina, (perché, va detto, faceva sogni discretamente noiosi), quello di lavorare con i libri, così insieme a un’amica fondò una start up, LiberAria, che pubblicava in copyleft, faceva print on demand e aveva sul sito un pioneristico aggregatore di blog letterari quando i blog erano ancora pochini, insomma un progetto naif e governato da una salda inesperienza ma che le confermò l’idea che quel mondo lì, forse noioso per gli altri, pareva galvanizzarla.

Arrivò un contratto a termine con l’Università come assegnista, ma la giovane donna continuava a pensare a cosa fare di quel progetto che ormai era nato e non voleva abbandonare, così si recò a Roma, da minimum fax, a seguire dei corsi in editoria – ora Scuola del Libro – che le potessero schiarire le idee e potessero aiutarla a capire cosa volesse dire gestire davvero una casa editrice.
Così LiberAria nacque due volte, come il Barone Lamberto, mantenendo il suo nome ma profondamente cambiata dall’interno. Nuova grafica, a cura di Maria Rosa Comparato e Vicenza Peschechera, nuove collane, nuovi collaboratori e nuova formazione, questa volta in solitaria come Soldini sulla Luna Rossa, ma supportata nell’amministrazione dal fido braccio destro, Elisabetta Stragapede.
Dal 2013 i libri della seconda LiberAria arrivano in tutta Italia, grazie a Messaggerie Libri e a una serie di accordi diretti con un discreto numero di librerie indipendenti, che si possono facilmente rintracciare sul sito nell’apposita sezione ‘librerie’; da allora la casa editrice ha come motto un omaggio a Flaubert “Leggere è un modo di vivere”, e pubblica libri che vorrebbe trovare sugli scaffali e quindi ce li porta, oppure che ritiene possano interessare i lettori, e quindi li propone. Pochi titoli l’anno con un occhio di riguardo per le voci spiccate e la letterarietà, senza trascurare un po’ di leggerezza.

All’inizio erano tre collane: Phileas Fogg di narrativa straniera, prima a cura di Mattia Garofalo, ora dello scrittore Alessandro Raveggi, che si propone di effettuare un giro del mondo in letteratura e privilegia la scelta di autori dalla prosa innovativa, senza rinunciare al piacere della lettura e del raccontare storie con una particolare attenzione a piccoli e grandi romanzi-mondo, alla scrittura di ricerca di nuove autrici, alle raccolte di racconti dalla voce inconfondibile; Meduse, la nostra collana di nuovi classici italiani – sia romanzi sia racconti –, curata da Alessandra Minervini, un esplicito omaggio alle Lezioni Americane di Italo Calvino, a quello sguardo della Medusa che paralizza, blocca, e che può essere superato grazie alla leggerezza ed evocando il totem della tradizione letteraria italiana: Gadda, Calvino, Buzzati, Pavese, Parise, Vittorini, Volponi, Ortese, Sapienza, Ginzburg, Morante, Tondelli che con le loro storie, ferocemente delicate, hanno raccontato la Storia e l’immaginario italiani rendendo il presente il paradigma del futuro.

I Metronomi sono invece la nostra saggistica pop, frutto del lavoro collettivo: misurano il ritmo della vita quotidiana, attraverso un’unità di misura molto particolare e molto contemporanea: il fattore D, ovvero l’istinto di dipendenza. Una dipendenza è il sintomo esteriore di un meccanismo molto più complesso che si instaura nella mente. Manifesta qualcosa e rivela qualcos’altro. L’idea alla base di questa collana è esattamente questa: un percorso nelle dipendenze quotidiane, nella routine dei pensieri e dei comportamenti da cui mai avremmo immaginato poter/voler e, in certi casi, dover dipendere. La caratteristica di queste storie di dipendenza è la fusione di una materia nota con qualcosa che appare informe e personalissimo: il capovolgimento del punto di vista. Non raccontiamo disturbi o condizioni patologiche. Gli autori di questa collana raccontano una loro dipendenza, a volte è una deformazione professionale, altre volte è una ossessione pentecostale, per intercettare un immaginario comune.

A queste si sono aggiunte Penne, una collana in economica di letteratura più sperimentale, curata dalla giovane donna divenuta ormai direttrice editoriale, la nostra collana “giapponese”, con il titolo in verticale, in cui ci concediamo digressioni anche in generi che non farebbero parte della nostra linea editoriale, come qualche narrazione più estrema o qualche sporadico libro di poesie. Penne è un omaggio al verso del pavone, a quella “ovazione rivolta a una parata invisibile”, come lo descriveva Flannery O’Connor, a quell’indefinibile e letteralmente irriproducibile mayawe, che disturba e destabilizza e diventa centro narrativo nel racconto che apre Cattedrale di Carver.
Il nostro centro narrativo, la nostra ovazione, sono le storie presenti in questa collana: sperimentatrici, creatrici di microcosmi narrativi, linguaggi e voci che destrutturano regole, colpiscono e a volte turbano il nostro immaginario.

Ultima nata in casa editrice è C’era due volte in cui chiediamo ad autori normalmente non per ragazzi di scrivere per i ragazzi, anche se poi si sa, la letteratura è una e quando è buona non ha età. Ispirata a Gianni Rodari, al suo C’era due volte il Barone Lamberto, la storia, ironica e fantasiosa, del ricco Barone Lamberto che assolda una improbabile cricca di persone perché ripetano incessantemente il suo nome, al solo scopo di garantirgli l’immortalità, convinto com’è che “L’uomo il cui nome è detto resta in vita”. Le storie di questa collana sono ispirate ai grandi autori della letteratura per ragazzi – e non solo: Gianni Rodari, Elsa Morante, Roald Dahl, Lewis Carrol, Bianca Pitzorno, Italo Calvino. I loro nomi restano in vita, continuano a essere detti, perché hanno saputo mettere la letteratura a servizio della meraviglia.

In questi anni abbiamo prodotto circa quaranta titoli, sbagliato, corretto refusi, imparato, sbagliato di nuovo, corretto il tiro, sempre provando a far conoscere ai lettori la nostra idea di letteratura e il nostro amore per i libri, speriamo, almeno un po’, di esserci riusciti.
Il resto della storia è ancora tutto da scrivere e da pubblicare.

Grande come una città
Grande come una cittàhttps://grandecomeunacitta.org
Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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