Tra le pagine di un cinema

Piccola bibliografia della sala raccontata

di Stefano Scanu

L’uomo alla parete guardava le immagini e a un certo punto cominciò a muoversi lungo il muro adiacente verso l’altro lato dello schermo […] Guardò Anthony Perkins che allungava una mano, la destra, verso la portiera di una macchina. Sapeva che Anthony Perkins avrebbe usato la mano destra da questa parte dello schermo e la sinistra dall’altra. Lo sapeva ma aveva bisogno di vederlo…

Così comincia, o quasi, Punto Omega, il romanzo dello scrittore americano Don DeLillo. Il protagonista striscia lungo i muri della sala cinematografica come un fuggitivo, sopraffatto dal volto gigante di Anthony Perkins e dalle sue mani, ossessionato dal desiderio di attraversare lo schermo e capovolgere il mondo. C’è una piccola fetta di letteratura che tende a rifugiarsi nel cinema, quello delle sale, per raccontare lo stupore e la sospensione della realtà dei suoi eroi e antieroi, come se entrare in quegli ambienti bui e insonorizzati potesse riportarli a uno stato ancestrale, in una grotta straripante di graffiti luminosi e pulsanti. L’atmosfera delle sale, gli odori, i suoni amplificati che corrono da una parete all’altra, il buio intermittente, la vicinanza con degli sconosciuti, il tepore, tutto ciò contribuisce a creare un luogo topico che affascina e ammalia e su cui si sono interrogati diversi scrittori.
Se però è vero che esistono molti romanzi sul mondo del cinema inteso come settima arte (penso a Gli ultimi fuochi di Fitzgerald, a I quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello, Il libro delle illusioni di Auster o ancora a Hollywood, Hollywood! di Bukowski), se ne contano molti meno che hanno provato a raccontare la sala.
Allora provo a stilare una piccola bibliografia di quelli che ho letto e che ricordo, in modo da creare un catalogo, anzi una multisala di carta in cui ritrovare le stesse opposte sensazioni di smarrimento e conforto che ci trasmette l’esperienza del cinematografo. 

Non posso mai, parlando di cinema, impedirmi di pensare “sala”, più che “film”.

Così il filosofo Roland Barthes racconta le sue impressioni in un libricino intitolato Sul cinema (Il Nuovo Melangolo, 1994) dove non si limita alla critica del film che ha scelto di vedere ma confeziona un vero e proprio resoconto sociologico sulle emozioni, i tic e i riti di chi frequenta le sale, oltre che i suoi:

Il soggetto che parla qui deve riconoscere una cosa: gli piace uscire da una sala cinematografica. Ritrovandosi nella strada illuminata e quasi deserta (ci va sempre di sera e lungo la settimana) e dirigendosi mollemente verso qualche caffè, cammina in silenzio (non gli piace parlare subito dopo il film che ha appena visto), un po’ intorpidito, goffo, infreddolito — insomma, assonnato: ha sonno, ecco che cosa pensa; nel suo corpo si è diffuso un senso di sopore, di dolcezza, di calma: languido come un gatto addormentato, si sente un po’ disarticolato, o meglio (perché per un’organizzazione morale il riposo non può consistere che in questo) irresponsabile. In breve, è evidente, esce da uno stato di ipnosi.

Una cosa molto simile viene fatta anche dalla connazionale e collega Françoise Sagan in un libro simile anche nel titolo, Al cinema (Clichy, 2010), una raccolta di articoli in cui la scrittrice descrive i suoi pomeriggi nelle sale parigine a macinare e recensire film osservando la fauna che le popola. La versione italiana di questo spectator watching è sicuramente Fuori dal cinema di Marco Lodoli (Einaudi, 1999) dove sala e film sono due elementi avvitati insieme in cui uno restituisce senso all’altro.

Poi ci sono le sale apparentemente meno accoglienti, d’essai, quelle brutte, sporche e cattive dove i frequentatori sembrano più avventori abituali di un bar di periferia che non spettatori di un cinema, persone che oltre all’eccitazione del film cercano nella sala un brivido di pericolo, di incertezza che gli renda più desiderabile il ritorno nelle loro confortevoli abitazioni. È il caso dei cinema raccontati nella trilogia dello scrittore Joe Lansdale, Drivein (Einaudi, 2012):

L’interno è decorato da manifesti di vecchi film dell’orrore […] e c’è questa roba che si chiama sanguecorn che potete comperare per venticinque cents in più del popcorn normale. […] Ne comperate un po’ insieme, assieme a una Coca formato gigante per mandarlo giù. […] Adesso siete pronti. Il film comincia. Roba di serie B, con un budget da straccioni. Film quasi tutti girati con poco più di una cinepresa Kodak, un po’ di sputo, e una preghiera.

C’è pure chi dopo aver lavorato per una vita come proiezionista in un piccolo e storico cinema di Parigi, frequentato tra i molti da Truffaut e Tarantino, decide di raccoglierne le memorie, proprio come fa Jacques Thorens ricordando il clima, le stanze e i giorni migliori di questa sala specializzata in terze visioni, di serie B e perfino serie Z (Il Brady, L’orma, 2017):

La sala è sempre buia. Poltroncine blu grigiastre. Pavimento di linoleum blu slavato, con aloni che virano dal giallo al verdastro. Per andare in bagno si attraversa un corridoio strettissimo, coi muri blu scuro coperti di scritte. Sembra la caricatura di un vicolo malfamato. […] Qualcuno non capisce nemmeno che siamo in un cinema. Dico, alzate la testa, c’è l’insegna verticale apposta perché si veda da lontano.

La dimensione sospesa della sala cinematografica è così forte da segnare per sempre l’immaginario di chi la frequenta (che se ne renda conto o meno), è ciò che succede al protagonista di Fare scene (Minimum Fax, 2010), il romanzo di Domenico Starnone in cui un bambino cresciuto nella Napoli proletaria del secondo dopo guerra compie la sua educazione sentimentale frequentando i cinema del quartiere; i volti giganti di James Stewart e Deborah Kerr, e quelli più piccoli e assorti degli spettatori che gli siedono accanto colpiranno così tanto la sua immaginazione da non potersene più liberare. Così quel bambino di via Gemito diventerà uomo e si trasferirà nella capitale facendo del cinema il suo mestiere e contemporaneamente la leva per emanciparsi dalla propria condizione sociale:

Ma il cinema – eh sì, il cinema – mi piaceva più di qualsiasi altra cosa, e il momento che veramente mi dava gioia, tanto che non riuscivo a trattenermi e cominciavo a correre per casa gridando, era proprio quando uno dei miei genitori o tutt’e due […] non ce la facevano più a sopportare il casino dei nostri giochi per l’appartamento di due sole stanze e dicevano a mia nonna: […] purtàte chisti scassacazz’ ocìmmena.

Per molti di noi i ricordi d’infanzia al cinema sono confusi, disordinati; la magia del film che ci portavano a vedere da ragazzini era così dominante da cancellare tutto ciò che veniva prima e dopo. Difficilmente ci ricordiamo il momento in cui si sceglieva il film, la strada per arrivarci, il botteghino e ancora meno sapremmo ricostruire la strada del ritorno a casa per via dei pensieri che a quel tempo erano completamente sopraffatti da tutte le immagini e i suoni a cui avevamo appena assistito in sala. Il cinema era un luogo in cui si andava e si tornava senza avere la minima contezza di dove fosse collocato nella mappa della nostra città; si usciva di casa e ci si parcheggiava su un seggiolino pieghevole per quasi due ore, si entrava a film iniziato senza troppi complimenti, spesso rimanendo seduti finché non arrivava la parte del film che avevamo mancato, poi una volta fuori l’unica cosa a ricordarci che quell’esperienza era realmente accaduta, era l’odore di chiuso che rimaneva aggrappato ai nostri vestiti per tutto il viaggio di ritorno, proprio come dice Starnone:

Non ho nessuna memoria di casse, cassiere, biglietti, spettatori in entrata. Non ricordo nemmeno se avessi l’ansia di arrivare in tempo per l’inizio dello spettacolo. Ho in mente solo le voci vive con bella cadenza, i rumori, la musica eccitante, che sentivo appena mettevo piede nel cinema e che anticipavano nelle orecchie la visione. Mia nonna socchiudeva la porta grigia. Voci, musica, rumori ingigantivano. Entravamo quasi sempre a luci spente, questo è sicuro, e mi faceva battere il cuore scostare la tenda pesante, lottare per districarmi dal viluppo della stoffa, affacciarmi finalmente sul buio della sala. […] Così, sostando dentro al nulla, tornavo con gli occhi al film e respiravo voluttuosamente l’aria chiusa del cinema di terza visione, l’odore dei corpi emozionati, delle sigarette e dei sigari, della tenda polverosa e smanacciata cui ero appena sfuggito, del legno usurato, delle scarpe.

È chiaro, leggendo queste pagine, come la sala costituisca prima di tutto un vero e proprio viaggio sensoriale che segna i nostri ricordi, nutre la nostra immaginazione e fa da complemento al film, senza la quale ci appare un po’ più zoppo e imperfetto. Allora va anche bene provare a implementare l’impianto audio di casa, installare uno schermo di 50 pollici in salotto, settare le luci in modo da ricreare quella tipica penombra della sala e aspettare che i pop-corn comincino a scoppiettare nel microonde, ma finché non metteranno in commercio un kit che contenga, l’aria chiusa, la strada del cinema, l’insegna, la tenda pesante, l’incanto e l’odore dei corpi emozionati degli altri spettatori, beh allora ci toccherà ancora per un po’ uscire di casa e andare al cinema.

Stefano Scanu è nato a Roma nel 1975 dove vive, scrive e lavora come libraio. Tra i suoi libri la raccolta di versi Come un albero in un’ampolla e Buio in sala, guida breve ai cinema di Roma, Giulio Perrone editore. Nel 2017 ha pubblicato Il disordine del mondo, piccolo atlante dei luoghi fuori posto, Ediciclo e nel 2019 Come vedi avanzo un po’, 15 biografie marginali, Italo Svevo. Nel 2021 pubblica il suo primo romanzo Vita annotata di Daniel Walker, Giulio Perrone editore. È in pubblicazione la raccolta di racconti Essere un’orca e altre specie, Ronzani editore. 

Foto di Jeff Jacobs da Pixabay

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Grande come una città è un movimento politico-culturale, nato a Roma, nel Terzo municipio, per promuovere l’incontro fra le persone, creare luoghi e momenti di confronto, nella condivisione di valori come inclusione, nonviolenza, antifascismo, e nel rispetto di tutte le opinioni, etnie, religioni e orientamenti sessuali.

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