Le chiese romane postconciliari: un détournement

Le chiese romane postconciliari: un détournement

Suscitando non poca sorpresa nel popolo cristiano, il 25 gennaio 1959, dopo solo tre mesi dalla sua elezione a vescovo di Roma, Angelo Roncalli – in arte Papa Giovanni XXIII – annuncia la convocazione di un concilio ecumenico della Chiesa cattolica. Per placare le inevitabili discussioni, l’anziano pontefice eletto all’undicesimo scrutino, dopo un conclave che puntava a un regno di ‘transizione’, dichiarò di voler aprire un concilio del tutto nuovo, non l’ideale prosecuzione del Vaticano I, chiuso precocemente a causa dei rivolgimenti politici del tempo, poi sfociati nel XX settembre 1870.

Già gravemente compromessa all’epoca di Porta Pia, la situazione complessiva del cattolicesimo imperiale era arrivata in condizioni drammatiche a metà del XX secolo: ancorata alla blindatura reazionaria del Concilio di Trento (1542-1563) la Chiesa di Roma, diretta nel ventennio precedente dall’imbarazzante Eugenio Pacelli (1939-58), scontava un rapporto con il Mondo fuori dalla realtà e una connotazione antisemita insopportabile, specie quando l’umanità aveva di recente conosciuto – nel miserabile silenzio del Vaticano di Pio XII – l’orrore di Auschwitz. L’inizio dei lavori conciliari, nell’ottobre 1962, fu segnato dalle parole di Roncalli che fece un chiaro rifermento ai ‘nostri tempi’ nell’indicare la necessità di un intervento riformatore e al contempo criticò apertamente gli oppositori definendoli ‘profeti di sventura’ (i più agguerriti saranno poi attivi nello scisma lefebvriano).

Come previsto, il regno di Giovanni XXIII fu breve e alla sua morte nel giugno 1963 il Concilio fu sospeso nell’attesa della decisione che avrebbe preso il successore. Giovanni Montini – in arte Paolo VI – si palesò immediatamente come deciso prosecutore del Concilio, nel conclave che lo elesse, infatti, l’estrema destra, puntava a un papa ultraconservatore, ma alla fine la spuntò il moderato arcivescovo di Milano, sostenuto dai ‘progressisti’ determinati a portare avanti l’impegno verso una, seppur assai blanda, modernizzazione del dinosauro cattolico. Dopo tre sessioni presiedute dal nuovo monarca, per un totale di quattro, l’8 dicembre 1965 il Vaticano II fu chiuso e consegnò alla platea dei fedeli una Chiesa visibilmente diversa. La quasi totalità dei cattolici, infatti, non aveva compreso pressoché nulla di quanto discusso dai padri conciliari sul piano teologico e dottrinario, ma poté costatare agevolmente una ‘rivoluzione’ formale: la sostanziale abolizione della Messa in latino, da secoli ridotta a un oscuro mantra per il 98% dei credenti, e la nuova postura sacerdotale, con il celebrante rivolto al ‘popolo di Dio’. Questo concetto, un pilastro del Vaticano II enunciato nella Lumen gentium (Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, 1964), insieme all’uso della lingua volgare trasformava la liturgia per attenuare la funzione gerarchica e sacramentale del prete fino a quel momento operante con le spalle rivolte agli astanti.

L’esito architettonico di questi interventi fu la necessità di realizzare nuovi altari in molte chiese preesistenti per consentire il rito secondo le indicazioni del Concilio, mentre per la progettazione delle nuove chiese si davano inedite possibilità strutturali ed estetiche, dacché la centralità del ‘popolo di Dio’ consentiva la piena libertà degli architetti nel ri-disegnare lo ‘spazio sacro’. Sebbene l’architettura religiosa avesse già espresso visioni innovative precedenti, su tutte Notre-Dame du Haut a Ronchamp di Le Corbusier (1950-55) e la Cattedrale di Tokyo di Kenzō Tange (1960-64), è a partire dalla fine degli anni sessanta che l’estetica delle chiese cattoliche registra un’esplosione di interpretazioni contemporanee non sempre degne del genio di Brunelleschi, Alberti, Michelangelo, Bramante, Vignola, Sansovino o Bernini. Non si vuole qui ripercorrere la complessa storia degli edifici dedicati al culto cristiano, che ha inizio dopo gli editti di Costantino e Teodosio, tuttavia si può evidenziare che la crisi del sacro, segnata dall’epoca dei Lumi è intrecciata con la reazione tridentina opposta alla Modernità, sicché dal XIX secolo appare evidente la difficoltà di trovare un linguaggio architettonico se non attraverso l’adozione del prefisso ‘neo’. Neoromanico, neogotico, neoclassico, neobarocco, sono i termini con cui si palesa il limite estetico della cultura cattolica, asserragliata nel conservatorismo e nel tradizionalismo, costretta quindi al ri-fare il proprio passato ‘glorioso’.

A Roma, probabilmente la città con più chiese al mondo, si può ancora osservare l’evoluzione delle architetture, dalla basilica di Santa Prassede (VIII sec.) alla chiesa di Dio Padre Misericordioso realizzata per il Giubileo del 2000 da Richard Meier. Molte sono, dunque, le chiese postconciliari che offrono un panorama esaustivo degli interventi lungo l’arco di cinquant’anni, e non poche mostrano la difficoltà di rappresentare un’ideologia trascendente che l’evoluzione del pensiero umano ha superato irreversibilmente. Un intervento in chiave situazionista illustra, attraverso questa breve carrellata di fotografie, lo stato dell’arte.

Fotografie di Marco Argirò

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